TARANTO PARTE CIVILE

TARANTO PARTE CIVILE di
Stefano Palmisano

  “Le
concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di
Taranto – che hanno determinato la continua e costante dispersione nell’aria
ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata
grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e
continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi
innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella
popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi
e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di
terreni ed acque ed animali destinati all’alimentazione umana [….] – integrano
senz’altro l’elemento materiale del reato in esame (quello di disastro
ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro.” 

Così il Tribunale del Riesame di Taranto nella nota
ordinanza depositata (il 20\8 u.s.) nel procedimento penale a carico dei massimi
dirigenti dell’Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è
stato consumato un reato di disastro ambientale.
 Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura
della Repubblica o una qualsiasi “zitella rossa” (per dirla con un nobile foglio
che, per decenza e attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto
riviste pornografiche, più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P.,
ma anche un Tribunale Collegiale. E’ un importantissimo passaggio
procedimentale.
 La conferma della sussistenza di questo illecito,
infatti, consolida l’ accusa nel suo punto giuridicamente più significativo,
perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in questione è stato
integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più grave, quella prevista
dal 2° comma dell’art. 434 c.p., ossia quello che prevede il disastro e i
conseguenti danni e non solo “gli atti preparatori” dello stesso (com’è, invece,
disposto dal 1° comma). 

Ipotesi di reato, quella
“di danno”, per la quale, infatti, è prevista una pena decisamente più pesante
(da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a quella disposta per la
fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel caso di specie, v’è ancora
di più. Da quello che si legge nell’ordinanza, in quella martoriata città non
solo si è arrivati al disastro ambientale vero e proprio, ma si è oltrepassata
ampiamente anche la soglia della mera esposizione a pericolo del bene incolumità
pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo ampiamente, anche in questo
caso, lo stadio del danno. Quest’ultima forma di nocumento, diffusa e
devastante, è costituita, com’è facilmente intuibile, dai trenta morti annui e
dalle centinaia di malati attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in
sede d’incidente probatorio, all’inquinamento provocato dall’Ilva. Questi
“danni”, tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento penale,
giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c’è quella di lesioni né
di omicidio colposo. 

In pratica, quelle vittime, singolarmente intese, in
quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia. Non è,
pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che impone
di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di allargare lo spettro delle
ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare uno autonomo
incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi (cioè sulle
morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a tutti o a
parte di questi stessi indagati. E’ un gran numero di atti d’indagine e di prova
già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita univocamente in
tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che dall’ordinanza
del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue componenti e che
costituisce una pressante invocazione all’Organo investito di
quest’attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a “completare” l’ottimo
lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un
territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle
ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando
sulla sua pelle questo scellerato modo di “fare impresa”. E la conferma più
autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento dell’azione penale
la si trova ancora nel provvedimento del Riesame.

Difatti, rispondendo alla consueta, vieta, eccezione
difensiva dei legali degli indagati sull’inidoneità della stima epidemiologica a
far affermare il nesso causale tra le condotte criminose contestate ai dirigenti
Ilva e la verificazione del disastro ambientale, il Tribunale le liquida come
“prive di pregio”. Ma i Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano
questa parte dell’ordinanza con un’illuminante periodo: “peraltro, a parere del
Collegio, una relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via
prevalente dalla comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con
riferimento alle morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un
giudizio prossimo alla certezza, espresso in termini di probabilità logica o
credibilità razionale, in ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni
inquinanti.” Traduzione: anche una “mera” perizia epidemiologica, se fatta bene,
può esser, da sola, sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di
persone si sono ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà
che si sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento
Taranto. 

E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei
professori Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro
che hanno subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i
parenti di questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti
nelle zone più esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma
diversa, danneggiati, quantomeno sotto il profilo “morale”, dal reato di
disastro ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi
danni, o costituendosi parte civile in questo processo oppure (com’è
preferibile, per evitare di intasare il giudizio di parti civili che,
fatalmente, rallenterebbero il procedimento) promuovendo un’autonoma causa
civile di danno. Lo ha affermato chiaramente la Cassazione, in varie occasioni:
“Il responsabile del disastro ambientale deve risarcire il danno morale ai
residenti nell’area in quanto soggetti a rischio: va ristorata la lesione
costituita dalla paura di ammalarsi come conseguenza del reato.” Insomma,
Taranto, o almeno la parte più colpita di essa, può finalmente costituirsi parte
civile, anche formalmente in ambito giudiziario, e presentare il conto dei danni
(quando mai sia possibile effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un
emblema europeo di inquinamento, di malattia e di morte.
Se non ora, quando?
Fasano, 30\8\2012
Stefano Palmisano  

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Emissioni, l’inquietudine dell’Arpa

di
DOMENICO PALMIOTTI

TARANTO – L’ex direttore dello
stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso, si era opposto all’installazione di
nuove centraline per controllare l’inquinamento. «Figuriamoci se ce le facciamo
mettere in casa» aveva detto, stando a quello che emerge nelle intercettazioni
che sono nell’inchiesta giudiziaria sull’Ilva. Bruno Ferrante, presidente del
cda dell’azienda dal 10 luglio e da martedì scorso anche custode-amministratore
per le aree sequestrate dalla Magistratura, non solo le ha accettate ma ha detto
sì anche al loro potenziamento. Le nuove centraline da installare lungo il
perimetro del siderurgico dovevano infatti essere quattro, stando all’accordo
che Ilva, Arpa e Regione avevano raggiunto nel tavolo tecnico a Bari del 6
agosto. Ieri però, in un incontro tra Arpa e Ilva, quest’ultima ha deciso di
portarle a sei. Certo, l’azienda oggi non è più nelle condizioni di sottrarsi
alle verifiche, ma l’incremento delle centraline è comunque un dato di
fatto. 



«Abbiamo concordato sia l’ubicazione che la loro specificità –
afferma Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia -. Le centraline
terranno sotto controllo una serie di inquinanti tra cui il Pm10, il
benzoapirene e i metalli». Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla
cokeria verso le case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. «Su
questa direttrice – dice Assennato – avremo in tutto quattro centraline,
compresa quella già attiva in via Macchiavelli». Gli altri quattro impianti
verranno invece installati ai quattro punti cardinali del siderurgico.
«Trascorreranno i tempi tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè
le centraline saranno in funzione» dice Assennato, che si dichiara «soddisfatto»
per l’intesa trovata con l’Ilva. Oltre ad abbattere l’inquinamento, dobbiamo
rafforzare i monitoraggi ambientali per dare il senso di un’azienda che ha
cambiato registro e vuole essere trasparente nel rapporto con le pubbliche
amministrazioni e i cittadini, aveva detto giorni fa lo stesso presidente
Ferrante. 
Di qui, l’accordo con i custodi giudiziali per installare,
nelle aree sequestrate, le telecamere di videosorveglianza e tenere
sott’osservazione, nelle 24 ore, quello che accade nell’Ilva e quindi anche
emissioni anomale e incontrollate. Ieri il secondo passo con le nuove
centraline. «Invito a rileggersi le nostre relazioni chi dice che l’Arpa solo
adesso è diventata rigorosa sull’Ilva – afferma Assennato -. Abbiamo sempre
detto che si sono fatti passi avanti sulla diossina grazie anche alla legge
regionale, ma che benzoapirene e Pm10, le polveri sottili, restavano e restano
due criticità da affrontare». 
Sulle polveri, per esempio, l’Arpa insiste nel
chiedere (e lo ha fatto anche in sede di riesame dell’Autorizzazione integrata
ambientale all’Ilva) che si coprano i parchi minerali del siderurgico. «E’
questo l’unico sito pugliese – rileva Assennato – dove le polveri sospese,
proprio perchè sono tante, diventano ancor più sospese quando ci sono
particolari condizioni di vento. L’Ilva ci dice che i parchi sono troppo grandi
per essere coperti? Beh, ce lo dimostrino tecnicamente, dopodichè, se questo
davvero non si rivelerà possibile, bisognerà studiare e trovare altre soluzioni,
partendo da un notevole abbassamento, parliamo di almeno del 20 per cento,
dell’altezza dei cumuli delle materie prime». 
Assennato evidenzia
l’emergenza dei parchi minerali perchè il 27 agosto, giornata di vento forte, i
valori di Pm10 hanno fatto il botto e a soffrine è stato, come sempre, il rione
Tamburi. «Con le polveri siamo a 35 superamenti a fine agosto. Di questo passo a
fine anno saremo certamente a quota 50» afferma Assennato. E si è verificato lo
stesso anche per il benzoapirene? «Per il benzoapirene – dice il direttore
generale dell’Arpa – non c’è lo stesso rilevamento che si fa per le polveri. Si
effettua un monitoraggio attraverso una serie di filtri in un certo numero di
giorni a campione. I diversi filtri vengono poi uniti e da qui si estrae il
risultato. Bisogna vedere se quel giorno di vento intenso era uno di quelli
soggetti a campionamento, fermo restando che nell’ambito di una rilevazione
mensile i valori poi si diluiscono. Non così, invece, per le polveri, dove ogni
due ore c’è un sensore che scatta e io posso leggere i risultati anche sul mio
cellulare». 
Ieri, infine, è terminato il primo step di lavoro della
commissione tecnica incaricata di predisporre la nuova Aia dell’Ilva. I tecnici
torneranno il 3 settembre. «Il cronoprogramma è serrato e si va avanti a tappe
forzate – osserva Assennato -. Poichè si sa come intervenire, occorre buona
volontà e impegno da parte di tutti».


Ilva, al via missione nuova Aia. Ferrante
reintegrato tra i custodi

Bruno Ferrante - Presidente IlvaIl presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, è stato
reintegrato dal Tribunale del Riesame di Taranto tra i custodi giudiziari,
nell’ambito del procedimento sul sequestro di sei impianti dell’area a caldo
dell’acciaieria tarantina. Le motivazioni saranno rese note nei prossimi giorni,
ma di fatto i giudici del Riesame hanno dichiarato “l’inefficacia dei decreti
emessi dal gip Todisco il 10 e 11 agosto scorsi, con cui veniva revocata la
nomina a custode di Ferrante”. Nominato tra i custodi giudiziari il 7 agosto
scorso, il presidente dell’Ilva ne era stato escluso quattro giorni dopo, per
decisione del gip Todisco. “Dobbiamo dimostrare a Taranto che è possibile
coniugare salute e lavoro”. Così Ferrante ha voluto replicare ai dubbi degli
ambientalisti sulla possibilità che l’Ilva ottenga la nuova Aia. Intanto, è
partito il lavoro della Commissione ministeriale incaricata di riesaminare
l’Autorizzazione integrata ambientale sotto accusa, quella rilasciata all’Ilva
il 4 agosto dell’anno scorso. I tecnici, coordinati da Carla Sepe, hanno
affrontato le criticità delle cokerie, uno dei sei reparti dell’area a caldo del
siderurgico tarantino sequestrati nell’ambito dell’inchiesta per disastro
ambientale. Domani, invece, la Commissione si occuperà dell’impianto di
agglomerazione. Gli 8 componenti del gruppo istruttore sono supportati da altri
12 esperti dei ministeri di Ambiente e Sviluppo economico, del Cnr,
dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e
del’Istituto superiore di sanità.
La relazione istruttoria dovrà essere sul
tavolo del ministro dell’Ambiente per fine settembre. Lo stesso Clini tornerà a
Taranto 14 settembre, per fare il punto sullo stato dei lavori e incontrare le
associazioni che hanno chiesto di essere coinvolte. Il 15 ottobre, invece, è
prevista la Conferenza dei servizi che dovrebbe rilasciare la nuova
autorizzazione.
Sul caso Ilva, il ministro Clini e il suo collega per lo
Sviluppo economico, Passera, riferiranno all’Aula del Senato il prossimo 5
settembre.
Intanto, una buona notizia arriva da Bruxelles: L’Ue ha elaborato
un piano a sostegno dell’acciaio in Europa. Sono pronti incentivi per sostenere
il settore delle costruzioni e dell’auto, principali clienti dell’industria
siderurgica, con l’aiuto della Banca Europea degli Investimenti: l’annuncio è di
Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea responsabile per
industria e imprenditoria. 


Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di
Taranto


Confermati dall’Ilva di Taranto gli impegni richiesti dalla regione
Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto. In particolare saranno sei, e non
più quattro, le nuove centraline di monitoraggio dell’aria, inoltre sarà
operativo per settembre il monitoraggio continuo delle diossine al camino E312.
Per il 14 settembre convocato a Bari un tavolo istituzionale

venerdì 31 agosto 2012 20:39

Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di Taranto

L’Ilva di Taranto ha accettato le richieste avanzate dalla regione Puglia, e
discusse dall’Arpa Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto 2012. Tra le
novità il monitoraggio in continuo delle diossine operativo per
settembre e l’ubicazione di sei, e non più quattro, centraline della
qualità dell’aria poste lungo il perimetro dell’area industriale di
Taranto. “Abbiamo concordato – ha spiegato Giorgio Assennato,
direttore generale di Arpa Puglia ai giornali – sia l’ubicazione che la loro
specificità. Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla cokeria verso le
case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. Su questa direttrice –
ha poi detto Assennato – avremo in tutto quattro centraline, compresa quella già
attiva in via Macchiavelli. Gli altri quattro impianti verranno invece
installati ai quattro punti cardinali del siderurgico. Trascorreranno i tempi
tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè le centraline saranno in
funzione”.

Soddisfatto anche l’Assessore alla Qualità dell’Ambiente
Lorenzo Nicastro. “Il tavolo tecnico tra Arpa Puglia e Ilva si
è concluso ieri sera con la conferma degli impegni presi dall’azienda
nell’incontro presso la Regione Puglia del 6 agosto scorso rispetto alla
necessità del monitoraggio in continuo delle diossine al camino E312 che sarà
operativo entro settembre e in relazione al monitoraggio della qualità dell’aria
al perimetro dello stabilimento. Avevamo stabilito in quella sede – ha
commentato Nicastro – l’installazione di 4 nuove centraline, ma saranno 6, per
tenere sotto controllo l’aria nelle immediate vicinanze dello stabilimento. Le
nuove installazioni, a supporto di quelle già presenti, dovranno in particolar
modo monitorare gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa)
totali con distinzione del benzo(a)pirene, le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5), il
benzene, le poveri totali depositabili e le diossine depositate al suolo
attraverso l’uso di deposimetri. Il tavolo di lavoro tra azienda e Arpa
concordato all’inizio di agosto e tenutosi oggi si è chiuso con l’impegno
all’installazione delle centraline da parte dell’azienda”.

“Ritengo
questo passaggio una inversione di tendenza rispetto al passato. Credo che non
ci sia stato, nella storia dei rapporti dell’azienda con le istituzioni locali,
un momento più favorevole di questo per raggiungere l’obiettivo della reale
ambientalizzazione dello stabilimento. Adesso – ha quindi auspicato Nicastro –
attendiamo che gli impegni vengano messi in pratica”.

Vendola
convoca Tavolo istituzionale per il 14 settembre a Bari.
Il
Presidente della regione Puglia Nichi Vendola, d’intesa con il Ministro per
l’Ambiente Corrado Clini e il Ministro allo Sviluppo economico, Infrastrutture e
Trasporti Corrado Passera, ha convocato il Tavolo istituzionale sull’Ilva, con
Governo, Regione ed Enti Territoriali, per venerdì 14 settembre alle ore 10.30 a
Bari presso Villa Romanazzi Carducci (Sala Federico II). Al Tavolo istituzionale
ha assicurato la sua partecipazione l’onorevole Antonio Tajani, Vice Presidente
della Commissione europea, responsabile per l’industria e l’imprenditoria.
I
lavori avranno il seguente calendario:
– ore 10.30 incontro riservato ai
rappresentanti istituzionali
– ore 11.30 incontro con i rappresentanti
istituzionali e il Presidente dell’Ilva
– ore 12.00 incontro con i
rappresentanti istituzionali, sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL nazionali,
regionali e di comparto, di Confindustria e con il Presidente
dell’Ilva.

Al Tavolo istituzionale sono stati invitati i parlamentari
Raffaele Fitto, Nicola Latorre, Pasquale Nessa, Salvatore Ruggeri e Ludovico
Vico, il Vice Presidente del Parlamento europeo Gianni Pittella e gli
europarlamentari Raffaele Baldassarre, Paolo De Castro, Niccolò Rinaldi, Sergio
Silvestris e Salvatore Tatarella. Inoltre sono stati anche invitati gli
onorevoli Amalia Sartori, componente dell’Ufficio di Presidenza della
Commissione europea e presidente della Commissione per l’industria, la ricerca e
l’energia (ITRE) e Perech Bores, Presidente della Commissione per l’occupazione
e gli affari sociali.

http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=113227

Clini e il sì al petrolio:«Tutto secondo legge»

Il ministro: «Se ci sarà greggio, bisogna pesare vantaggi e svantaggi e
decidere insieme a Croazia e Slovenia»

Il ministro Corrado CliniIl ministro Corrado
Clini

«Abbiamo semplicemente applicato la legge vigente. E
l’ok non è alla coltivazione di idrocarburi in Adriatico ma alle sole
prospezioni con tecnica air-gun per capire cosa c’è nel sottosuolo: la
richiesta, con la normativa attuale, non poteva non essere presa in
considerazione, visto che esclude le aree interdette (fino a 5 miglia dalle
coste italiane e fino a 12 miglia dal limite esterno delle aree marine protette
e di tutte le altre zone sottoposte a tutela, ndr). Anche le amministrazioni
locali devono avere consapevolezza del contesto in cui ci si muove: tutti
esercitino la loro responsabilità nell’ambito delle leggi, perché non vince chi
strilla di più». Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini risponde così
«all’insurrezione di Puglia» successiva alla divulgazione da parte
dell’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro dell’ok del ministero
alle prospezioni alle Isole Tremiti. E si meraviglia della meraviglia
dall’assessore.
Ministro, l’assessore è rimasto sorpreso del suo ok alle
prospezioni alle Tremiti alla vigilia di Ferragosto, nel periodo in cui la sua
presenza in Puglia è stata frequente in relazione alla vicenda Ilva. Insomma, si
chiedono in Puglia, poteva dirlo prima che scriverlo…

«Facciamo
chiarezza sull’argomento, perché il primo a meravigliarsi della meraviglia sono
io. In primo luogo, il ministero ha applicato semplicemente la legge:
originariamente i permessi richiesti riguardavano anche aree che in base al
decreto legislativo 128 del 2010 dovevano essere escluse. Successivamente, nel
gennaio 2011, la società Petroceltic ha ripresentato al ministero dello Sviluppo
economico una nuova istanza che esclude le aree interdette: a quel punto la
richiesta doveva essere presa in considerazione».
Prendere in
considerazione non significa dare l’ok.

«Sicuramente. E infatti l’iter è
andato avanti. L’11 aprile del 2011 il ministero ha comunicato a tutte le
amministrazioni interessate l’esistenza della richiesta e che ai sensi delle
leggi vigenti poteva essere presa in esame. Successivamente, il 10 giugno 2011,
la commissione di valutazione di impatto ambientale ha comunicato che le
attività potevano essere ammesse esclusivamente per quanto attiene alla ricerca
sismica con tecnica air-gun. Che, si badi, non è un ok alla coltivazione di
idrocarburi».
Stiamo parlando di una vicenda dello scorso
anno.

«Per questo mi meraviglio della meraviglia. In seguito alla
decisione della commissione, la Regione Molise ha messo nero su bianco di non
essere d’accordo con la valutazione della commissione. Che ha risposto nel
novembre 2011 precisando che l’obiezione non era condivisibile perché non
inerente al merito: si contestava la coltivazione degli idrocarburi ma
l’autorizzazione riguarda solo le ricerche preliminari. Successivamente l’iter
si è ripetuto con la Regione Puglia: parere contrario espresso a dicembre 2011,
risposta negativa della commissione a marzo con le stesse motivazioni date al
Molise».
E come si arriva all’ok di Ferragosto?
«Per me si arriva a
maggio, non so perché l’assessore parli di Ferragosto: esaminate e respinte le
obiezioni di Molise e Puglia, infatti, anche il ministero dei Beni culturali il
2 maggio scorso ha dato parere favorevole, dopo che il ministero dell’Ambiente
lo aveva fatto nel giugno 2011. E quindi a maggio scorso io e il collega Lorenzo
Ornaghi abbiamo firmato il parere di compatibilità ambientale che riguarda la
sola prospezione geofisica con tecnica air-gun al di fuori delle aree di
divieto. Come vede, non capisco la sorpresa dell’assessore: abbiamo mandato il
nostro parere, abbiamo risposto formalmente, addirittura a marzo, e la procedura
è stata gestita in maniera trasparente e pubblica».
Chiarita la forma,
torniamo al contenuto: adesso si può procedere?

«L’autorizzazione finale,
dopo il nostro parere di compatibilità, è di competenza del ministero dello
Sviluppo economico».
A questo punto sembra evidente che si
procederà.

«Dobbiamo rispettare la legge: se ci fosse una legge che vieta
le prospezioni comunque e dovunque, bloccheremmo tutto. Ma non c’è. Io ho molto
rispetto per le manifestazioni di 10 mila persone, come quella che c’è stata in
Puglia nel gennaio scorso, ma questo governo rispetta la legge e quella italiana
in materia è molto cautelativa: il limite di 12 miglia, nel Mediterraneo, c’è
solo in Italia. Se poi questa legge non va bene, eventualmente si può cambiare.
Ma non è compito del governo».
Insomma, tocca al Parlamento. Ma possibile
che non si possa fare nient’altro che cambiare le leggi per evitare che si
cerchi il petrolio al largo delle Tremiti, e poi a Monopoli e quindi a
Otranto?

«Detto che non si poteva non dare l’ok alle prospezioni, dico
anche che sull’uso energetico del Mare Adriatico è opportuna una valutazione
comune, da Trieste a Otranto coinvolgendo anche Slovenia e Croazia. Se esiste
una qualche potenzialità di valorizzazione energetica, questa deve essere
oggetto di pianificazione. Perché la valutazione deve essere complessiva e non
caso per caso. E la Regione Puglia conosce questa mia posizione».
In che
senso?

«Nel senso che quando il presidente del Consiglio regionale
pugliese mi ha chiesto la disponibilità per una conferenza internazionale delle
regioni adriatiche, ho risposto — lo scorso 11 luglio — che sono assolutamente
d’accordo: bisogna capire se ne vale la pena».
Come lo si
capisce?

«Fermo restando che le imprese possono investire i loro soldi
per esplorare le potenzialità dell’Adriatico, è doveroso che il governo con le
Regioni interessate e gli altri Paesi adriatici valutino insieme un eventuale
programma di sfruttamento: se c’è il petrolio, occorre capire se la prospettiva
dello sfruttamento è di breve durata e se c’è il rischio che i costi superino la
valorizzazione della risorsa. Bisogna pesare vantaggi e svantaggi e
decidere».
A proposito di decisioni, e cambiando argomento, ieri è stato
il quarto giorno di lavoro a Taranto per la commissione ministeriale che si
occupa del riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’Ilva. Ci
può anticipare qualcosa sull’esito dei lavori?

«Stiamo lavorando e prima
della fine del lavoro non faremo considerazioni: a metà settembre sarò di nuovo
a Taranto per incontrare anche le associazioni ambientaliste».
Sui parchi minerali, però, l’Arpa si è già espressa:
vorrebbe che fossero coperti. Mentre l’Ilva ha fatto capire che paradossalmente
sarebbe più facile spostarli che coprirli. Come se ne esce?

«Ho già
fatto presente alla Regione che in questa fase in cui l’Arpa è coinvolta nel
gruppo di lavoro per la nuova Aia, non è il caso che la stessa Arpa assuma
iniziative individuali: è opportuno che faccia il suo lavoro all’interno della
procedura. Non si può giocare su due tavoli: dichiarare all’esterno le soluzioni
migliori e lavorare all’interno su altre. Se l’Arpa fa parte del gruppo di
lavoro partecipa con gli altri. Se ognuno si mette a parlare della situazione
che piace di più, abbiamo smesso di lavorare in gruppo».

Michelangelo Borrillo

L’ Ilva e la lezione di Mani Pulite

 

ilva_1

Taranto, Italia. Nel fumigante teatro dell’ Ilva resta senza risposta la
domanda di fondo: la città vuole o non vuole avere ancora il maggiore
stabilimento siderurgico d’ Europa? La procura accusa l’ azienda di alto
inquinamento. È facile immaginare che, in tribunale, si confronteranno le
concentrazioni di polveri a Taranto e a Milano, dove auto e riscaldamento
inquinano altrettanto e non si vive più a lungo. Si evocherà il divieto di
costruire case a ridosso degli stabilimenti per ribaltare la frittata su chi
autorizzò i quartieri vicino alla fabbrica. Si dirà delle corruzioni, dei
ritardi voluti, di Riva che investe in perdita nell’ Alitalia per risparmiare di
più a Taranto. Ma alla fine? I Riva sono imprenditori-padroni d’ altri tempi.
Bastone e carota. Religione del profitto. È vero, ai Riva costò poco l’ Ilva,
messa in vendita dall’ Iri: 851 milioni di euro. In tre anni se la ripagarono
con gli utili. Ma nell’ aprile 1995 nessuno offrì di più. Nemmeno Luigi
Lucchini. E però questi scorbutici milanesi, allergici alla Borsa, lasciano in
azienda tutti gli utili: 4 miliardi in 18 anni. Quanti altri lo fanno, tra i
big? I Riva avrebbero dovuto fare di più contro l’ inquinamento. Loro stessi ne
sono consapevoli se hanno accantonato un fondo specifico di 350 milioni di euro.
Ma questi bilanci dicono anche quanto siano legati all’ acciaio il vecchio
Emilio Riva, i figli e il nipote, Emilio pure lui, che vive a Taranto e non in
Costa Azzurra. Forse anche per questo l’ azienda ha evitato il braccio di forza
della chiusura dello stabilimento scatenando ben oltre quanto si è visto la
rabbia dei lavoratori contro la Procura. Dare la presidenza a un ex prefetto
come Bruno Ferrante, già candidato sindaco del centro-sinistra a Milano, è stato
un autocommissariamento da parte di un padrone che, fra l’ altro, rosso non è.
Tutti i reati vanno accertati e perseguiti, senza sconti. Ma smantellare l’
acciaieria non è materia da tribunali. L’ ordinanza, va detto, non arriva a
tanto. E tuttavia tenere in sospeso troppo a lungo un’ acciaieria a ciclo
continuo può procurare gravi danni. I clienti non aspettano. Il capitale
accumulato si brucia. Sarebbe un modo surrettizio per arrivare a quel risultato.
Durante Mani Pulite, la procura di Milano inquisì Publitalia. Temendo che
potesse commissariare la sua concessionaria di pubblicità, Silvio Berlusconi
convinse Marcello Dell’ Utri a lasciare la presidenza a un garante, il professor
Roberto Poli. Il pool di Antonio Di Pietro non si spinse oltre con l’ azienda.
Ferrante è sempre custode giudiziale dell’ Ilva o non lo è? Se si ritiene che
non dia garanzie, ancorché abbia subito licenziato un dirigente accusato di
corruzione, la magistratura dica perché e decida un’ alternativa. Il ministero
dell’ Ambiente sta preparando una nuova autorizzazione integrata ambientale
sulla base delle più recenti indicazioni europee. La procura potrà associare al
management un comitato di esperti che controlli la puntuale esecuzione dei
rimedi. Se invece il problema è l’ acciaieria in sé, allora bisogna dirlo
apertamente e restituire alla città il diritto di esprimersi, consapevoli tutti
che la Cassa del Mezzogiorno è finita.

di Massimo Mucchetti de Il Corriere della Sera
http://www.mondoliberonline.it/l-ilva-e-la-lezione-di-mani-pulite/25699/

IL CASO ILVA

Politici e imprenditori, altri 9 indagati Stefàno: blocco le nomine agli
assessori

Sospetti su alcuni casi riguardanti concessioni pubbliche
I nomi
dell’inchiesta non sono stati ancora resi noti

Ezio Stefàno, sindaco al secondo mandatoEzio Stefàno, sindaco al
secondo mandato

TARANTO – La pietra nello stagno l’ha
buttata Michele Pelillo, tre giorni fa, quando nella sede del suo partito, il
Pd, ha parlato di questione morale intorno all’Ilva e alla presunta
«accondiscendenza della classe dirigente tarantina» nei confronti della grande
industria. Il segnale lanciato dall’assessore regionale al Bilancio lo coglie
ora il sindaco della città di Taranto, Ippazio Stefàno, che alle prese con le
nuove nomine di giunta si dice preoccupato per un ipotetico coinvolgimento di un
futuro assessore. «Non vorrei indagati nella mia giunta, ma non posso aspettare
oltre il 15 settembre per completarla; così come anche la magistratura non potrà
ovviamente adeguarsi ai nostri tempi. Il mio auspicio – prosegue il primo
cittadino – è quello che sia fugato ogni dubbio sugli eventuali indagati in modo
che anche io mi potrò adeguare. Vorrà dire – conclude – che quando darò la
nomina sarò chiaro con loro avvisandoli che anche il solo avviso di garanzia
comporterebbe l’immediata revoca della delega».

GLI ACCERTAMENTI – Sui nomi dei
probabili indagati eccellenti (esisterebbero intercettazioni imbarazzanti che li
coinvolgerebbero in affari poco puliti) l’intera comunità, non solo politica,
comincia ad interrogarsi non senza preoccupazione. L’inchiesta è quella condotta
dalla Guardia di Finanza di Taranto. Un’indagine partita tempo fa che voleva
fare luce su concessioni pubbliche con molte ombre conclusa solo poche settimane
fa con la consegna della corposa informativa delle fiamme gialle finita sul
tavolo del pubblico ministero Remo Epifani il quale avrebbe già formulato le
richieste all’ufficio del gip. Niente nomi, si diceva, mentre fanno già molto
rumore i ruoli delle persone coinvolte. Si parla di politici tarantini con
incarichi di rilievo nella cosa pubblica, di dipendenti di enti pubblici e
imprenditori, nove in tutto.

LE ACCUSE – I reati contestati girano
attorno alla corruzione e concussione. L’ambito, invece, sarebbe quello della
gestione dei rifiuti e delle fonti alternative di energia. Quest’ultima
inchiesta intitolata environmental sold (ambiente venduto), che sfiora soltanto
gli ambiti dell’Ilva, ma non li escluderebbe del tutto, è stata quella dalla
quale sono poi emersi gli elementi che hanno portato gli investigatori della
Finanza a trattare l’argomento della corruzione negli affari del Siderurgico e
delle perizie commissionate dalla Procura impegnata, con altri pubblici
ministeri, nell’altra grossa inchiesta sul disastro ambientale conclusa con gli
otto arresti dei vertici Ilva e il sequestro preventivo di sei impianti del
siderurgico ritenuti altamente inquinanti.

I TRE FILONI – Sono quindi tre i
filoni che orbitano attorno all’Ilva per un coinvolgimento totale di almeno una
ventina di indagati. L’inchiesta sulla presunta corruzione dell’ingegnere
Lorenzo Liberti, accusato di avere intascato una mazzetta di 10mila euro
dall’Ilva per ammorbidire una perizia sull’inquinamento commissionatagli dalla
Procura, è ora confluita nel fascicolo sul disastro ambientale condotta dal
procuratore capo Franco Sebastio, dal suo aggiunto Pietro Argentino e dal
sostituto Mariano Buccoliero. Ancora oscure, invece, le vicende narrate nella
lunga informativa delle fiamme gialle ricca di intercettazioni ambientali e
telefoniche che non hanno risparmiato le stanze di comando della politica
tarantina. I cui palazzi cominciano a tremare. «Non mi riferisco a ciò che è
penalmente perseguibile», ha spiegato sempre Michele Pelillo in quella
conferenza stampa alla quale, con toni non proprio placidi, ha risposto anche il
presidente della Provincia, Gianni Florido. Che ha ribattuto. «La Regione – ha
detto – non è stata da un’altra parte. Non mi sento chiamato in causa anche
perchè, dal 2005 al 2012, ci sono stati atti condivisi e decisi all’unanimità da
Provincia di Taranto, Comune di Taranto e Regione Puglia».

Nazareno Dino  31 agosto 2012



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Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà

Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà
Non c’è speranza per gli 85 lavoratori della Italcementi_ il complesso industriale chiuderà. E’ stato detto come più chiaro non si puo’ nel corso di un incontro che ha visto allo stesso tavolo azienda ed istituzioni. E’ inutile disperarsi o protestare, è stato sottolineato_ bisogna tirar fuori l’ingegno. Sarà la prefettura adesso a coordinare il futuro dei lavoratori. Per loro due anni di cassa integrazione. E poi, a Dio piacendo, il reimpiego in attività di tipo turistico-imprenditoriale.