Roberto Topino lotta contro il cancro Roberto Topino parla dell’inceneritore del Gerbido

 

L’altra sera, dopo un pò che non chattavamo o parlavamo su Skype, mi comunica ciò che mi ha lasciato senza parole: “sono pieno di metastasi, ho perso l’uso delle gambe, per un tumore che dieci anni fa credevo di aver vinto alla vescica…”.

Roberto Topino, medico del Lavoro dell’Inail, sempre in trincea, nella denuncia dei danni ambientali, i suoi articoli e video, pubblicati su queste web page, sono fra i più letti i più commentati, i più ripresi da blog e giornali.

Ha deciso di rendere pubblica la sua battaglia e abbiamo deciso di raccontare ai suoi lettori attraverso questo articolo, lui dice : “Io ho non mai fumato e ho sempre lavorato come medico specialista in medicina del lavoro negli ambulatori pubblici (ASL e INAIL). Ho sempre lavorato a Torino e dintorni in un’area notoriamente molto inquinata”.

JPG - 52.2 Kb  Roberto Topino

Ma lascio a Roberto Topino, il mouse, ecco cosa scrive in una nota su Facebook:

“Seconda giornata di radioterapia che dovrebbe (speriamo) restituirmi l’uso delle gambe.

Mi devono portare con l’ambulanza.

Di seguito è programmata la chemioterapia, la radioterapia al cervello ed eventualmente un intervento chirurgico…

Ho metastasi nel cervello, nel cervelletto, nel fegato, nella colonna vertebrale e nei polmoni.

Il tumore parte dalla vescica urinaria ed è dello stesso tipo che colpisce i lavoratori dell’industria della gomma.

Io non ho mai fumato e ho sempre lavorato come medico specialista in medicina del lavoro negli ambulatori pubblici (ASL e INAIL). Ho sempre lavorato a Torino e dintorni in un’area notoriamente molto inquinata”.

Roberto De Giorgi, scrive un semplice comunicato alla sua Rete Jonica Ambientale: Il dottor Roberto Topino ha iniziato un periodo difficile della sua vita, è pieno di metastasi ed ha le gambe bloccate, ha iniziato la radiologia. Stiamogli vicini con l’affetto dovuto è un amico dell’ambiente da anni impegnato nella tutela della salute…

L’amico ambientalista Stefano Montanari risponde:

“Qualunque cosa accada, Roberto Topino è uno dei pochi esemplari di Homo sapiens che abbia diritto, e senza discussione, ad essere chiamato Uomo con l’iniziale maiuscola. Se Roberto è sempre stato un esempio di onestà intellettuale per tutti noi e ora, in questo momento di tempesta, ci sta impartendo, con l’umiltà e la forza che sono sue, una lezione che nessuno di noi si potrà permettere di sprecare. Grazie, Roberto: oggi più che mai abbiamo bisogno di te.”

Si Roberto, grazie della tua testimonianza, della tua lezione di vita, dell’essere Uomo, tutti aspettiamo di leggerti e ti siamo vicini.

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

ITALIA – Roberto Topino e Rosanna Novara
Marzo – 2008
 
Ancora lettere sui rifiuti

Dai «termovalorizzatori» alla raccolta differenziata

Dopo i gravi fatti accaduti in questi giorni a Napoli per le grandi quantità di rifiuti che si stanno accumulando per le strade, i giornali e le televisioni stanno presentando come unica soluzione quella dei termovalorizzatori, che, sempre secondo tutti gli organi di informazione, possono distruggere i rifiuti, trasformandoli in energia pulita, senza rischi per la popolazione, in virtù dei moderni sistemi di abbattimento delle sostanze inquinanti presenti nei fumi.
Alcuni giornalisti hanno riferito, ad esempio, che l’aria di Brescia non risente della presenza del termovalorizzatore ed è «così pulita, che più pulita non si può» (La Stampa, 8 gennaio 2008), e che presso l’inceneritore di Granarolo (Bologna) pascolano mucche che producono latte di alta qualità (Porta a Porta, Rai1, 8 gennaio 2008).
Altre fonti hanno riferito che la quantità di diossina prodotta dagli inceneritori è paragonabile a quella di una strada un po’ trafficata e che i grandi produttori di diossina sono le acciaierie e fonderie, che non vengono contestate.
Tempo fa ho letto su Missioni Consolata un articolo di «Nostra madre terra», che parlava chiaramente dell’imbroglio dei termovalorizzatori, e vorrei sapere se l’evoluzione della tecnica ha effettivamente ottenuto una riduzione del rischio degli impianti di trattamento dei rifiuti o se siamo di fronte a una informazione distorta e manipolata ad arte dalle lobby inceneritoriste.
Sarei curioso di sapere cosa dicono i medici, che sarebbero i più qualificati per dare risposte su problemi che riguardano la nostra salute e il fatto che nessuno di loro sia stato interpellato o abbia parlato pubblicamente mi ha insospettito. C’è forse qualche forma di censura da parte dei media?
In attesa di un gradito riscontro, porgo cordiali saluti.

Margherita Bechis
Torino

I n queste settimane di emergenza rifiuti in Campania, quasi tutti i mezzi di informazione hanno presentato i termovalorizzatori come la soluzione ideale del problema. È possibile che si tratti di disinformazione, correlata a interessi legati alla realizzazione di tali impianti, o che si tratti di un’informazione superficiale, che non controlla le fonti e che trascura, ad esempio, i pareri dei medici, che sono le persone più qualificate per giudicare una situazione che riguarda la salute pubblica.
In ogni caso siamo di fronte a una informazione che non tiene in nessun conto i principi fondamentali della fisica, della chimica e della medicina.
La situazione di Napoli non si potrebbe definire di emergenza, perché è almeno un decennio che il problema dei rifiuti è presente. In Campania c’era un piano, che prevedeva di realizzare un mega-appalto, che avrebbe risolto il problema, dando a una grande azienda del Nord la gestione dei rifiuti, chiudendo tutte le discariche e realizzando sei impianti di Cdr, il cosiddetto «combustibile da rifiuti». Nell’attesa della realizzazione del termovalorizzatore di Acerra, un impianto di selezione dei rifiuti ha prodotto dei pacchi (le «ecoballe»), che dovevano essere costituiti dalla parte combustibile dei rifiuti.
Alcuni osservatori attenti, hanno notato che questi pacchi contenevano anche rifiuti che non avevano le caratteristiche previste e hanno informato l’autorità giudiziaria, che ha iniziato un’indagine, ha fermato i lavori e ha messo sotto sequestro parte degli impianti. Tra coloro che hanno presentato le denunce alla Procura della Repubblica, c’è anche il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, del quale molti avevano chiesto le dimissioni.
Intervistato da «Ambiente Italia» di Rai3, il senatore Tommaso Sodano, presidente della Commissione ambiente del senato, ha parlato dell’inchiesta sui rifiuti in Campania, partita nel 2002 anche dopo le sue denunce, che ha raccolto 100 mila pagine di documenti.
Mentre si attendono le decisioni della magistratura, è partita una specie di offensiva mediatica, che sembra aver lo scopo di convincere la gente che l’unica soluzione possibile per risolvere il problema sia quella di costruire altri termovalorizzatori.
In questo contesto ben si inseriscono le osservazioni della gentile signora che ci scrive. L’immagine evocata a «Porta a Porta» delle mucche che pascolano tranquillamente nei pressi dell’inceneritore di Granarolo dell’Emilia è sembrata, non solo a me, più preoccupante che rassicurante, in virtù di quanto sta accadendo a Brescia, all’ombra del «miglior termovalorizzatore del mondo», che è stato realizzato in un’area già fortemente inquinata a causa della presenza di un’industria chimica.
La Stampa ha scritto che a Brescia «tengono l’aria così pulita che più pulita non si può» (sic!) e infatti molti sono convinti che il termovalorizzatore non sia inquinante. In realtà tutti coloro che hanno studiato gli effetti sulla salute degli impianti di incenerimento dei rifiuti hanno rilevato un aumento dell’incidenza di tumori, malattie cardiovascolari e malformazioni nei bambini.

T ra le centinaia di composti tossici emessi dai camini degli inceneritori merita particolare attenzione la diossina, la cui presenza viene in genere negata da coloro che vogliono realizzare questi impianti.
Per farsi un’idea della grande quantità di diossina (e non solo) emessa da un impianto di incenerimento di quella taglia, basta leggere il recente libro di Mario Tozzi «Gaia. Un solo pianeta», dove il noto scienziato, dati alla mano, riferisce che anche quando i monitoraggi indicano valori entro i limiti di legge o addirittura zero, il rischio resta grave e reale per le persone che vivono nei dintorni dell’impianto.
Quanto illustrato da Mario Tozzi sembra spiegare i recenti fatti di Brescia, dove tre aziende agricole si sono viste respingere il latte dalla Centrale per eccesso di diossina e dal 7 dicembre (visto che le incolpevoli 150 vacche coinvolte vanno comunque munte ogni giorno) portano il prezioso liquido alla distruzione.
Altre sette aziende agricole dell’area sono sotto stretta osservazione, perché anche nel loro latte è stata trovata diossina.
La vicenda delle diossine nel latte è oltremodo preoccupante, perché si colloca in un contesto in cui, come è noto, i bresciani hanno già una concentrazione elevatissima di queste sostanze nel sangue (più che a Seveso). Il fatto che, dopo il disastro Caffaro, a Brescia circoli del latte con le diossine oltre i 6,5 picogrammi per grammo di grasso (ma sarebbe intollerabile anche se le diossine fossero di poco sotto i 6 pg) è scandaloso, se si tiene conto che mediamente le diossine nel latte italiano risultano al di sotto di 1 pg/gr grasso.
Marino Ruzzenenti del Forum Ambientalista di Brescia, studioso del caso Caffaro e delle ricadute ambientali dell’inceneritore cittadino afferma: «Abbiamo richiesto più volte all’Arpa di svolgere un’in­dagine sulle ricadute al suolo di diossine e altri inquinanti nell’area circostante l’inceneritore dell’Asm e l’Alfa Acciai, ma, nonostante tanti solleciti e un esposto in procura, l’indagine non è mai stata fatta».
Gli ambientalisti di Brescia, in un documento diffuso in rete, chiedono che Arpa e istituzioni finalmente si liberino da ogni sudditanza nei confronti delle aziende responsabili di queste emissioni nell’ambiente, rimediando anche allo scandalo dell’immotivata soppressione della centralina di via Bettole, l’unica che rilevava la qualità dell’aria nella zona di maggior impatto di questi impianti industriali.
La soppressione di questa centralina, a suo tempo appositamente posizionata dai tecnici della provincia, non è mai stata motivata dalla nuova direzione dell’Arpa di Brescia, autorizzando i cittadini a pensare che ciò sia avvenuto per non «disturbare» appunto l’attività di quegli stessi impianti a fortissimo impatto ambientale.
I comitati ambientalisti di Brescia attendono da parte della Magistratura, finalmente, un’azione incisiva per garantire l’informazione alla popolazione, per la tutela della salute e dell’ambiente e perché vengano perseguiti i colpevoli dei danni di cui trattasi, nonché delle omissioni nei controlli. Un testo, a firma di Marino Ruzzenenti e riportato integralmente sul sito di Beppe Grillo, dice testualmente: «A Brescia vi sono inquietanti analogie con la Campania: nel latte di aziende dei dintorni della città si è recentemente scoperta una presenza di diossine fuori norma; si nota inoltre un’elevatissima incidenza di tumori al fegato.
Ma il Registro tumori dell’Asl, rassicurante, sostiene, senza dati verificabili, che ciò è imputabile all’eccesso di epatiti e di consumi di alcol (Giornale di Brescia, 10 novembre 2007). Va segnalato che l’ing. Renzo Capra, presidente di Asm, fa parte del Comitato scientifico del Registro tumori dell’Asl, di cui è anche finanziatore».
Il fatto segnalato dal Ruzzenenti, se confermato, sarebbe di una gravità senza precedenti.

È sempre più evidente che la scelta di bruciare i rifiuti resta una follia.
L’alternativa esiste ed è la raccolta differenziata, che consente di riciclare e riutilizzare percentuali di rifiuti che possono arrivare anche al 90% e oltre, mentre l’inceneritore produce ceneri nocive, che devono essere smaltite in discariche apposite, pari al 30% del peso originale dei rifiuti, senza contare il grande uso di calce, ammoniaca, carboni attivi utilizzati nei filtri e lo spaventoso consumo d’acqua, pari a circa un litro e mezzo per chilogrammo di rifiuto trattato. Un inceneritore come quello del Gerbido di Torino consumerà quasi 2 milioni di litri d’acqua al giorno!
Per fare la raccolta differenziata basta raccogliere separatamente gli scarti di cibo e le bucce della frutta, il cosiddetto «umido» (30%), la carta (28%), la plastica (16%), il vetro (8%) e siamo già all’82%, restano ancora il legno e gli stracci (4%) e i metalli (4%) che portano la percentuale di riutilizzabile al 90%. Il restante 10% può essere stabilizzato senza problemi e messo in qualsiasi discarica.
Ancora due parole sul paragone tra l’inquinamento dovuto al traffico e quello degli inceneritori. Il traffico cittadino viene considerato «responsabile di centinaia di migliaia di morti all’anno solo in Italia» (Mario Tozzi – La Stampa del 12 gennaio 2008) e a fronte di questi dati si può correttamente affermare che, se il rischio legato agli inceneritori è simile a quello del traffico, siamo di fronte a un grave pericolo per la salute dei cittadini.
Per quanto riguarda le acciaierie e le fonderie ha ragione la signora: questi impianti industriali sono i più grandi produttori di diossina e pensiamo di parlarne a fondo in uno dei futuri numeri di «Nostra madre terra».

R. Topino e R. Novara

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

RIFORMA ATO : INOPPORTUNA IN QUESTO MOMENTO

RIFORMA ATO : INOPPORTUNA IN QUESTO MOMENTO

I Comitati Cittadini Ennesi criticano le scelte del Governo
regionale.



Il Governo Regionale di Lombardo, seppure
dimissionario, non finisce di stupire con i suoi continui commissariamenti ai
Comuni.

Riforma ATO : inopportuna in questo momentoQuesta volta tocca a tutti quei Comuni che non hanno,
o peggio ancora, si rifiutano di aderire alle nuove SRR, società che dovrebbero
sostituire le ATO rifiuti dal 1 ottobre prossimo. In questa sede ribadiamo la
nostra contrarietà a far partire la riforma delle ATO dal prossimo mese di
ottobre e ciò per tre ragioni fondamentali: 
1) a livello regionale non sono
stati stabiliti gli standard minimi e massimi del costo del servizio, parametri
necessari per procedere alle gare per l’affidamento del servizio stesso; 

2) le
SRR hanno come riferimento territoriale le Province e se queste, come previsto,
saranno in gran parte sciolte, ci troveremo di fronte a società di gestione che
non hanno riferimenti territoriali ben definiti e delineati; 

3) è oltremodo
inopportuno far partire una riforma in un momento di vacanza politica e in un
momento in cui le forze politiche possono proporre ulteriori modifiche
migliorative alla riforma, sulla spinta anche delle incessanti richieste
provenienti dai movimenti e dalle associazioni.

Inoltre
apprendiamo che i commissariamenti vengono fatti con decreto dell’Assessore all’Energia
e pertanto riteniamo che tali nomine sono illegittime e possono essere
impugnate avanti al TAR (cosa che invitiamo a fare a quei Comuni che hanno
subito il commissariamento). Noi ribadiamo i limiti della riforma stabilita
dalla legge regionale 9/10 e reiteriamo le nostre richieste, che ci auguriamo
possano essere fatte proprie dai candidati alla Presidenza della Regione: 

1) la
competenza per lo svolgimento del servizio, la determinazione del costo, la
bollettazione e l’ incasso deve tornare totalmente ai Comuni, così come la
raccolta differenziata va organizzata dal Comune e le eventuali inadempienze
sono a suo totale carico; 

2) in virtù della modifica e/o scioglimento delle
Province, per i servizi e le strutture sovracomunali occorre lasciare liberi i
Comuni di costituirsi sotto forma di Consorzi , con personalità giuridica e
senza alcuna capacità di spesa; 

3) procedere agli affidamenti del servizio con
gare comunali o intercomunali, a libera scelta e determinazione dei Comuni e
dei loro Consigli Comunali, salvaguardando il principio della efficienza della
spesa e il contestuale abbassamento dei costi.

Mentre, invece,
se la riforma sarà attuata in questa fase, senza apportare le modifiche che noi
riteniamo essenziali ed indispensabili, il risultato è evidente: 
1) le SRR
saranno simili alle vecchie ATO; abbiamo cambiato solo la denominazione, ma la
sostanza rimane la stessa; 

2) le SRR erediteranno tutto quello che di negativo
presentavano le ATO, come i costi eccessivi, il personale in esubero, le
difficoltà finanziarie, connesse a quelle dei Comuni, ecc.; 

3) se si procederà
a fare le gare a carattere provinciale, la quasi totalità delle imprese
siciliane del settore non potranno partecipare, sia per l’importo degli appalti,
sia soprattutto perché non sono in regola con i contributi e con Equitalia. In
questo modo, agevoleremo le Aziende che arrivano dal Nord, con l’ulteriore
impoverimento del tessuto imprenditoriale siciliano. 

Nei prossimi giorni ci
adopereremo sia presso l’Assessore Regionale all’Energia Torrisi, sia presso
tutti i candidati alla Presidenza della Regione per bloccare la riforma e
demandare il tutto al nuovo Governo Regionale. Ci sembra la soluzione più
saggia per tutti.
COMITATI
CITTADINI ENNESI
Carlo Garofalo
ASSOCIAZIONE
MONDOPERAIO
Salvatore La
Terra


Liquidazione del corrispettivo dovuto alla Servizi Comunali Integrati R.S.U. s.p.a. per la gestione integrata dei rifiuti nel mese di marzo 2011 – Acconto sull’importo per l’anno 2011.
Tipo di informazione: Atti Pubblici
Data: 10/05/2011

Ulteriore impegno di spesa e liquidazione del corrispettivo dovuto alla Servizi Comunali Integrati R.S.U. s.p.a. relativo all’accordo presso l’Assessorato dell’energia dicembre 2011
Tipo di informazione: Atti Pubblici
Data: 19/01/2012

PIANO DI GESTIONE DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI

ALLEGATI

SCHEMI ED ATTI COSTITUZIONE S.R.R. RIFIUTI REGIONE SICILIA LUGLIO 2012

SCHEMA DI DELIBERA – ATTO DI COSTITUZIONE SOCIETÀ CONSORTILE PER AZIONI, DENOMINATA SOCIETÀ PER LA REGOLAMENTAZIONE DEL SERVIZIO DI GESTIONE RIFIUTI A.T.O
Adobe Portable Document Format (PDF) SCHEMA DI DELIBERA (Dimensione documento: 112026 bytes)

SCHEMA DI DELIBERA – MODIFICA PER I COMUNI DELLE PROV. DI PALERMO CATANIA TRAPANI AGRIGENTO CALTANISSETTA E MESSINA , CHE HANNO GIà DELIBERATO IN CONSIGLIO LA COSTITUZIONE DELLA S.R.R. PRIMA DEL 06 Luglio 2012
 Microsoft Word SCHEMA DI DELIBERA (Dimensione documento: 39424 bytes)

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_AssEnergia/PIR_Dipartimentodellacquaedeirifiuti/PIR_FAQDAR/PIR_LRn9CostituzioneSocietaperazioniSRR/PIR_schemi_atti

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Gli sviluppi giudiziari del caso dell’Ilva di Taranto permettono ai tarantini
colpiti dalle conseguenze dell’inquinamento di costituirsi parte civile o di
promuovere causa civile autonoma per chiedere il risarcimento del danno.
Pubblichiamo il commento di uno degli avvocati che, attraverso il comitato
salute di Brindisi, si è preso a cuore la questione.

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile


 Ecco la nota dell’avvocato Stefano Palmisano:


“Le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di
Taranto – che hanno determinato la continua e costante dispersione nell’aria
ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata
grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e
continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi
innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella
popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi
e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di
terreni ed acque ed animali destinati all’alimentazione umana [….] – integrano
senz’altro l’elemento materiale del reato in esame (quello di disastro
ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro.”
Così ha scritto il Tribunale del Riesame di Taranto nell’ordinanza depositata
il 20 agosto scorso nel procedimento penale a carico dei massimi dirigenti
dell’Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è stato
consumato un reato di disastro ambientale.
Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura della Repubblica o una
qualsiasi “zitella rossa” (per dirla con un nobile foglio che, per decenza e
attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto riviste pornografiche,
più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P., ma anche un Tribunale
Collegiale.
E’ un importantissimo passaggio procedimentale. La conferma della sussistenza
di questo illecito, infatti, consolida l’ accusa nel suo punto giuridicamente
più significativo, perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in
questione è stato integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più
grave, quella prevista dal 2° comma dell’art. 434 c.p., ossia quello che prevede
il disastro e i conseguenti danni e non solo “gli atti preparatori” dello stesso
(com’è, invece, disposto dal 1° comma).
Ipotesi di reato, quella “di danno”, per la quale, infatti, è prevista una
pena decisamente più pesante (da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a
quella disposta per la fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel
caso di specie, v’è ancora di più. Da quello che si legge nell’ordinanza, in
quella martoriata città non solo si è arrivati al disastro ambientale vero e
proprio, ma si è oltrepassata ampiamente anche la soglia della mera esposizione
a pericolo del bene incolumità pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo
ampiamente, anche in questo caso, lo stadio del danno.
Quest’ultima forma di nocumento, diffusa e devastante, è costituita, com’è
facilmente intuibile, dai trenta morti annui e dalle centinaia di malati
attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in sede d’incidente
probatorio, all’inquinamento provocato dall’Ilva.
Questi “danni”, tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento
penale, giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c’è quella di
lesioni né di omicidio colposo. In pratica, quelle vittime, singolarmente
intese, in quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia.
Non è, pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che
impone di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di allargare lo
spettro delle ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare
uno autonomo incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi
(cioè sulle morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a
tutti o a parte di questi stessi indagati. E’ un gran numero di atti d’indagine
e di prova già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita
univocamente in tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che
dall’ordinanza del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue
componenti e che costituisce una pressante invocazione all’Organo investito di
quest’attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a “completare” l’ottimo
lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un
territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle
ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando
sulla sua pelle questo scellerato modo di “fare impresa”.
E la conferma più autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento
dell’azione penale la si trova ancora nel provvedimento del Riesame. Difatti,
rispondendo alla consueta eccezione difensiva dei legali degli indagati
sull’inidoneità della stima epidemiologica a far affermare il nesso causale tra
le condotte criminose contestate ai dirigenti Ilva e la verificazione del
disastro ambientale, il Tribunale le liquida come “prive di pregio”. Ma i
Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano questa parte
dell’ordinanza con un’illuminante periodo: “peraltro, a parere del Collegio, una
relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via prevalente dalla
comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con riferimento alle
morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un giudizio prossimo alla
certezza, espresso in termini di probabilità logica o credibilità razionale, in
ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni inquinanti.” Traduzione:
anche una “mera” perizia epidemiologica, se fatta bene, può esser, da sola,
sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di persone si sono
ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà che si
sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento Taranto.
E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei professori
Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro che hanno
subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i parenti di
questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti nelle zone più
esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma diversa,
danneggiati, quantomeno sotto il profilo “morale”, dal reato di disastro
ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi danni, o
costituendosi parte civile in questo processo oppure (com’è preferibile, per
evitare di intasare il giudizio di parti civili che, fatalmente, rallenterebbero
il procedimento) promuovendo un’autonoma causa civile di danno. Lo ha affermato
chiaramente la Cassazione, in varie occasioni: “Il responsabile del disastro
ambientale deve risarcire il danno morale ai residenti nell’area in quanto
soggetti a rischio: va ristorata la lesione costituita dalla paura di ammalarsi
come conseguenza del reato.” Insomma, Taranto, o almeno la parte più colpita di
essa, può finalmente costituirsi parte civile, anche formalmente in ambito
giudiziario, e presentare il conto dei danni (quando mai sia possibile
effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un emblema europeo di
inquinamento, di malattia e di morte.
Se non ora, quando?
di cibbi

TERMOVALORIZZATORI INCENERITORI RACCOLTA DIFFERENZIATA

L’INCENERITORE DI PARMA

Alessandro Sortino è stato a Parma per vedere cosa
sta accadendo

07/09/2012

Il gruppo Iren

IREN, multiutility quotata alla Borsa Italiana, è nata il 1° luglio
dall’unione tra IRIDE ed ENÌA.

Opera nei settori dell’energia elettrica
(produzione, distribuzione e vendita), dell’energia termica per
teleriscaldamento (produzione e vendita), del gas (distribuzione e vendita),
della gestione dei servizi idrici integrati, dei servizi ambientali (raccolta e
smaltimento dei rifiuti) e dei servizi per le pubbliche
amministrazioni.

IREN è strutturata sul modello di una holding
industriale con sede direzionale a Reggio Emilia, sedi operative a Genova,
Parma, Piacenza e Torino, e società responsabili delle singole linee di
business.

Grazie ai propri importanti assets produttivi, agli
investimenti realizzati, alla leadership conquistata in tutte le aree di
business ed al proprio radicamento territoriale IREN è oggi il secondo Gruppo
multiutility del panorama italiano.

A livello nazionale, il Gruppo IREN
è:

– il primo operatore nel settore teleriscaldamento per volumetria tele
riscaldata;
– il quinto operatore nel settore del gas per volumi ceduti a
Clienti finali;
– il sesto operatore nel campo dell’energia elettrica per
volumi di elettricità venduti;
– il terzo operatore nell’ambito dei servizi
idrici integrati per volumi di acqua venduta;
– il terzo operatore nel
settore ambiente per quantità di rifiuti trattati.

IREN è strutturata in
una holding cui fanno capo le attività strategiche, di sviluppo, coordinamento e
controllo e cinque società operative che garantiscono il coordinamento e lo
sviluppo delle linee di business:

IREN Acqua Gas nel ciclo idrico
integrato;
IREN Energia nel settore delle produzione
di energia elettrica e termica;
IREN Mercato
nella vendita di energia elettrica, gas e teleriscaldamento;
IREN Emilia nel settore gas, nella raccolta
dei rifiuti, nell’igiene ambientale e nella gestione dei servizi locali;
IREN Ambiente
nella progettazione e gestione degli impianti di trattamento e smaltimento
rifiuti oltre che nella gestione degli impianti di produzione calore per il
teleriscaldamento in territorio emiliano.

Produzione energia elettrica:
grazie ad un consistente parco di impianti di produzione di energia elettrica e
termica a scopo teleriscaldamento ha una capacità produttiva complessiva di
7.400 GWh annui, inclusa la quota assicurata da Edipower.

Distribuzione
Gas: attraverso 8.800 chilometri di rete serve più di un milione di
Clienti.

Distribuzione Energia Elettrica: con oltre 7.200 chilometri di
reti in media e bassa tensione distribuisce l’energia elettrica ad oltre 710.000
Clienti a Torino e Parma.

Ciclo idrico integrato: con 14.900 chilometri
di reti acquedottistiche, 5.689 km di reti fognarie e 813 impianti di
depurazione, il Gruppo serve più di 2.400.000 abitanti.

Ciclo ambientale:
con 122 stazioni ecologiche attrezzate, 2 termovalorizzatori, 2 discariche, il
Gruppo serve 111 comuni per un totale di oltre 1.200.000
abitanti.

Teleriscaldamento: grazie ad oltre 900 chilometri di reti
interrate di doppia tubazione il Gruppo IREN fornisce il calore ad una
volumetria di oltre 60 milioni di metri cubi, pari ad una popolazione servita di
oltre 550.000 persone.

Vendita gas, energia elettrica e termica: Il
Gruppo commercializza annualmente più di 4,1 miliardi di metri cubi di gas, più
di 12 miliardi di GWhe di energia elettrica ed oltre 2.300 GWht di calore per
teleriscaldamento. 



La storia

IREN è nata il 1° luglio
2010 dalla fusione tra IRIDE, la Società che nel 2006 aveva riunito AEM Torino
ed AMGA Genova, ed ENÌA, l’Azienda nata nel 2005 dall’unione tra AGAC Reggio
Emilia, AMPS Parma e Tesa Piacenza.
Cinque Aziende che nella loro lunga
storia hanno accompagnato e contributo attivamente alla crescita dei territori
ove hanno operato ed operano, promuovendone concretamente lo sviluppo economico
e l’innovazione.
Per tale motivo, proponiamo sinteticamente la storia delle
nostre Aziende.
E’ del 1905 la decisione del Comune di Parma di costituire
l’azienda municipalizzata per la distribuzione dell’energia elettrica, la quale
nel ventennio successivo oltre al servizio elettrico inizierà a gestire anche la
distribuzione del gas metano (1912) e successivamente quella dell’acqua
(1938).
Due anni più tardi, siamo nel 1907, nell’area del Martinetto entra in
servizio il primo impianto termoelettrico destinato ad assicurare l’energia alla
Michelin. Nasce l’Azienda Elettrica Municipale di Torino (AEM Torino). 

Parallelamente si sviluppano i lavori in Val di Susa per la realizzazione
degli impianti idroelettrici Salbertrand-Chiomonte (1910) e Chiomonte-Susa
(1923). Nel 1929, in Valle Orco, l’impianto idroelettrico Ceresole-Rosone inizia
a produrre energia elettrica, anche se la diga di Ceresole che lo alimenta verrà
ultimata solo due anni più tardi.
La storia di AMGA prende avvio nel 1922,
quando nasce l’Azienda Municipale del Gas di Genova che, nel 1937, diventando
Azienda Municipalizzata Gas e Acqua, acquisisce anche la gestione di alcuni
acquedotti locali ed assume il nome che la accompagnerà sino al 2006.
Negli
anni Quaranta e Cinquanta, AEM Torino realizza gli impianti idroelettrici
Rosone-Bardonetto (1941), Bardonetto-Pont (1945), Po-Stura-San Mauro (1953),
Telessio-Eugio-Rosone (1959), seguiti poi da Valsoera-Telessio (1970).
Nello
stesso periodo, AMGA Genova dà il via alla realizzazione dell’acquedotto del
Brugneto e delle centrali idroelettriche sull’Appennino ligure, oltre a
potenziare gli impianti di potabilizzazione dell’acquedotto Val Noci.
Nel
1962 il Comune di Reggio Emilia costituisce l’Azienda Municipalizzata Gas,
avente per oggetto la distribuzione del gas nel comune capoluogo e, AEM Torino
realizza l’impianto idroelettrico Agnel-Serrù-Villa. Tre anni più tardi, la
municipalizzata di Parma cambia nome e diviene Azienda Municipalizzata
Elettricità Trasporti Acqua Gas, la quale gestisce oltre ai servizi elettricità,
gas, acqua e trasporti urbani, anche i servizi di igiene ambientale.
Sempre
negli anni Sessanta, mentre AMGA realizza la metanizzazione dell’intera rete gas
di Genova, AEM Torino procede al potenziamento dei propri impianti: nella
centrale di Moncalieri, avviata già nel 1953, vengono installati un nuovo gruppo
termoelettrico (1966) e poi un turbogas (1975).
Gli anni Settanta vedono
grandi cambiamenti nel settore delle municipalizzate.
Nel 1971 AMETAG Parma
trasferisce i servizi di igiene ambientale ad AMNU e assume la denominazione
AMPS, Azienda Municipalizzata Pubblici Servizi, mentre l’anno seguente a
Piacenza nasce l’Azienda Municipalizzata Nettezza Urbana, per svolgere servizi
ambientali e gestire la discarica localizzata nell’area di Borgotrebbia. AMNU
Piacenza, nel 1975 assume anche la gestione dell’acquedotto comunale.
Il 1°
gennaio 1974 i Comuni della Provincia di Reggio Emilia costituiscono il
Consorzio Intercomunale Gas Acqua, avente come scopo, mediante l’Azienda
Consorziale AGAC, la gestione dell’impianto e dell’esercizio dei servizi di
produzione, acquisizione e distribuzione del gas e distribuzione dell’acqua per
usi civili, usi industriali, artigianali e agricoli.
Dagli anni Ottanta, AEM
Torino muta la propria denominazione sociale e diviene Azienda Energetica
Municipale ed inizia ad operare nel settore della cogenerazione e del
teleriscaldamento: vengono progressivamente realizzati gli impianti di Le
Vallette (1982), Mirafiori Nord (1988) e Torino Sud (1994), destinato a
riscaldare un Torinese su tre.
A Piacenza, AMNU estende la propria attività
nel campo dei rifiuti industriali e della consulenza ai Comuni della Provincia
per la gestione degli acquedotti e dei depuratori e, nel 1988, assume la
denominazione di Azienda Servizi Municipalizzati.
E’ durante lo stesso
decennio che AMGA sviluppa l’attività nel settore della gestione integrata dei
servizi a rete e inizia ad operare in diversi comuni dell’hinterland genovese,
proprio mentre AGAC Reggio Emilia si concentra nell’estensione dei servizi di
base gas e acqua, con l’obiettivo di coprire i bisogni provinciali. Sempre in
quegli anni promuove lo sviluppo del servizio di depurazione e la
diversificazione dei servizi di teleriscaldamento e cogenerazione.
Con gli
anni Novanta, AEM Torino, dopo aver acquisito la gestione degli impianti di
illuminazione pubblica (1986), in qualità di operatore energetico, provvede
anche alla gestione dei semafori (1991) e degli impianti termici (1994) ed
elettrici (2000) negli edifici comunali cittadini.
Nello stesso periodo, i 45
Comuni della provincia di Reggio Emilia costituiscono AGAC, Consorzio per la
gestione di servizi energetici e ambientali, che diventa la più importante
azienda per l’ambiente reggiano nei settori acquedottistici ed energetici. E’
nel 1996 che AGAC estende la propria attività anche al settore ambientale,
acquistando l’Azienda Consorziale Igiene Ambientale e gestendo così anche il
ciclo completo dei rifiuti.
Sempre nel corso del 1996 ASM Piacenza avvia la
costruzione di un impianto di termovalorizzazione dei rifiuti ed estende il
proprio raggio di azione territoriale sia per ciò che riguarda il ciclo dei
rifiuti sia per il ciclo delle acque.
In questi anni, le Aziende del settore
si trasformano in Società per Azioni, primo passo verso la quotazione in Borsa.
Nel 1995, è AMGA la prima che si trasforma in S.p.A. a capitale misto
pubblico-privato ed acquisisce dal Comune di Genova la gestione dei servizi di
depurazione delle acque: l’anno seguente sbarca a Piazza Affari.
Nel 1997
tocca ad AEM Torino che acquisisce la nuova denominazione di Azienda Energetica
Metropolitana Torino S.p.A, mentre dal 1° dicembre 2000, è quotata in
Borsa.
Nel 1999 è AMPS che diventa società per azioni ed acquisisce da AMNU
Parma il ramo d’azienda dei servizi di fognatura e depurazione delle acque,
oltre che la gestione delle attività di raccolta, spazzamento e trasporto dei
rifiuti.
Successivamente alla trasformazione in S.p.A., avvenuta nel dicembre
2000, ASM Piacenza assume il nome di TESA, ed il Comune cede una quota pari al
40% del capitale a Camuzzi-Gazometri, che a sua volta, nel 2003, cede il
pacchetto azionario ad AGAC.
Nel 2001 è AGAC Reggio Emilia a divenire Società
per Azioni a totale capitale pubblico.
Nello stesso periodo, al fine di
incrementare la propria presenza sul mercato elettrico, AEM Torino acquisisce
prima la rete di distribuzione urbana ex Enel di Torino (2002) e poi, con altri
partner, l’ex gen.co Edipower.
Nel 2005, AEM Torino inaugura un nuovo gruppo
a ciclo combinato da 400 MW nella centrale di Moncalieri, realizzando il
progetto di sviluppo del teleriscaldamento Torino Centro che fa del capoluogo
sabaudo la città più teleriscaldata d’Italia. Parallelamente si avvia il
repowering dell’esistente gruppo termoelettrico che entrerà in servizio nel
2008.
Nel 2006, AMGA raggiunge l’obiettivo di unire i tre principali gestori
del servizio idrico dell’ATO Genovese (Genova Acque, De Ferrari Galliera e
Nicolay) e crea Mediterranea delle Acque.
La metà del decennio vede nel
nostro Paese l’avvio della fase delle grandi aggregazioni tra le multiutility:
nel 2005, dall’unione tra AGAC Reggio Emilia, AMPS Parma e Tesa Piacenza nasce
Enìa, che si quota in Borsa nell’estate del 2007, mentre il 31 ottobre 2006,
dalla fusione tra AEM Torino ed AMGA Genova, nasce Iride.


Un comunicato stampa
del Forum italiano dei movimenti per l’acqua rilancia l’inchiesta di
Altreconomia su F2i, “Il fondo onnivoro”, attivo anche sul fronte della
privatizzazione del servizio idrico integrato

“Con la privatizzazione, possono diventare azionisti
delle società di gestione del servizio idrico integrato anche soggetti i cui
capitali sono di provenienza ‘occulta’.
Un esempio significativo è
quello di F2i, il Fondo italiano delle infrastrutture, già socio della
multiutility quotata Iren”.
Con queste parole il Forum Italiano dei
Movimenti per l’Acqua commenta l’inchiesta “Il
fondo onnivoro”
, pubblicato dalla rivista Altreconomia: “F2i – spiega
l’articolo – è un Fondo di investimento che raccoglie ‘risparmio’ dai soci
(sponsor) e da altri soggetti (Limited Partners), e lo investe in società
quotate o no”. Tra gli sponsor del fondo, che ha una dotazione di quasi 1,9
miliardi di euro ed è amministrato da Vito Gamberale, figurano Cassa depositi e
prestiti, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Merrill Lynch, Fondazione Mps, Fondazione
Crt e altre fondazioni bancarie.
Accanto agli sponsor, che hanno
sottoscritto 938 milioni di euro, ci sono 906 milioni di euro sottoscritti da
40 soggetti definiti “Limited Partners”, i cui nomi sono avvolti nella nebbia.

Tra questi, scrive Altreconomia, ci sarebbero “la Cassa previdenziale dei
periti industriali (Eppi), quella dei ragionieri e periti commerciali e la Cassa
nazionale di previdenza e assistenza forense (avvocati), che ha sottoscritto 60
milioni di euro”. Gli altri 37 nomi di Limited Partners, spiega la rivista, sono
sconosciuti. “La trasparenza non è d’obbligo – scrive Altreconomia -, nemmeno
per una società che si propone come azionista dei gestori dei nostri servizi
pubblici locali”, fra i quali il servizio idrico.
F2i, inoltre, è socia
della multiulity Iren, e quindi indirettamente anche di numerosi enti locali. I
più importanti tra questi sono i Comuni di Torino, Genova, Reggio Emilia, Parma
e Piacenza. Amministrazioni che, con il Fondo, hanno sottoscritto un accordo che
prevede “un programma di partecipazione alle future gare ad evidenza pubblica
per l’assunzione di partecipazioni ovvero la gestione di ulteriori ambiti
territoriali”, e un patto parasociale che prevede che F2i possa esprimere 3
consiglieri d’amministrazione su 9 nella società congiunta, San Giacomo, con
potere di esercitare veto nell’approvazione di determinate delibere, anche in
merito alla modifica di alcune voci finanziarie del piano industriale e del
budget.
Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, attivo in tutte le
città interessate in vista dello svolgimento del referendum abrogativo per la
ripubblicizzazione dell’acqua, preoccupato per il ruolo che questo Fondo potrà
svolgere nel momento in cui il mercato dei servizi idrici sarà aperto alle gare
di appalto, chiede ai consigli comunali degli enti locali che hanno sottoscritto
questi accordi com’è possibile che abbiano accettato come socio un soggetto
senza sapere chi ci ha messo i capitali. Uno schiaffo alla democrazia.



Parma, stop
all’inceneritore di Iren

 

Sulla carta, il
progetto riguardava la costruzione di un “Polo ambientale integrato per la
gestione dei rifiuti”.
Nella pratica, il cantiere di Ugozzolo, alle
porte di Parma, si sarebbe trasformato in un inceneritore. “Gli operai sono già
al lavoro” scrivevamo nell’aprile del 2010, nell’articolo “Prosciutti
affumicati”
. Da ieri (30 giugno 2011, ndr), però, gli operai
non sono più al lavoro: “È di questi minuti la decisione del comune di Parma di
procedere a porre i sigilli al cantiere di Ugozzolo, dove è in corso di
costruzione l’inceneritore di Parma -ha scritto in un comunicato il “Coordinamento gestione corretta
rifiuti” (Gcr)
, nato nel 2006 contro l’approvazione di un “Piano provinciale
di gestione dei rifiuti” che prevedeva la realizzazione dell’inceneritore, un
impianto dal costo di (almeno) 180 milioni di euro. I sigilli al cantiere sono
arrivati per un presunto abuso edilizio. Il cantiere non sarebbe autorizzato:
“L’abuso edilizio non è stato chiarito da parte di Iren che non ha prodotto
alcun documento che comprovi la liceità del cantiere -spiega Gcr nel
comunicato-. Ci giunge notizia che la giunta comunale abbia deliberato in tal
senso, dopo attento esame delle ‘carte’. L’azione è del resto un obbligo da
parte dell’ente pubblico di fronte ad una segnalazione puntuale da parte dei
cittadini”. Nei giorni scorsi il Coordinamento aveva inviato una lettera aperta
all’assessore all’Urbanistica del Comune di Parma Francesco Manfredi, esprimendo
la propria approvazione per “la sua risposta all’interrogazione del consigliere
Massari sull’intenzione di chiarire entro la settimana il perché dell’assenza di
concessione edilizia per il Polo ambientale integrato di Parma. È urgente e
doveroso -continua la lettera- fornire un chiarimento alla cittadinanza su un
cantiere che gira su cifre ben più consistenti di quanto si stia discutendo in
questi giorni nella triste vicenda degli appalti al verde pubblico.
Qui si
parla di centinaia di milioni di euro. Come lei ben sa ci sono 6 esposti che
giacciono in procura su presunte irregolarità rilevate su diversi aspetti
connessi alla costruzione dell’inceneritore di Ugozzolo. Uno di essi è appunto
legato ad un appalto di 43 milioni di Euro per le opere civili, gara pubblica
europea a cui si è presentato un solo concorrente, la cooperativa CCC di
Bologna.
Il fatto che nell’inchiesta Green Money sia coinvolto un dirigente
del comune che ha firmato quasi tutte le delibere dell’inceneritore, che sia
coinvolto anche il direttore generale di Enia Parma e che il procuratore
Laguardia abbia definito Enia come ‘la mucca da mungere’, ci fa tremare solo al
pensiero di cosa possa essere accaduto attorno al cantiere di Ugozzolo”. Il
riferimento è, ovviamente, allo scandalo corruzione che ha coinvolto
l’amministrazione comunale, oggetto anche di una dura presa di
posizione di Avviso pubblico
, l’associazione che riunisce
gli Amministratori pubblici che concretamente si impegnano a promuovere la
cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica
amministrazione e sui territori da essi governati, cui è associato anche il
Comune di Parma. Sabato 2 luglio, dalle 9.30, è prevista a Parma una
manifestazione pubblica davanti al cantiere di Ugozzolo.


La procura di Parma conferma l’indagine sull’ex  AD DI ENIO VIERO 



VENERDI 7 SETTEMBRE Ore 16 – Il procuratore capo Laguardia conferma che l’allora
amministratore delegato di Enìa Andrea Viero è indagato per abuso d’uffico
nell’inchiesta aperta sull’inceneritore di Parma.

Il
reato è ipotizzato perché, spiega Laguardia, “riteniamo che essendo Enìa una
società partecipata, il suo amministratore è un pubblico ufficiale”. Il reato
contestato riguarda un appalto da 5,3 milioni assegnato da Enìa ad Hera per la
progettazione di una parte del polo ambientale di cui fa parte anche il
termovalorizzatore. Secondo la Procura, l’appalto, che è stato assegnato in
maniera diretta, avrebbe dovuto invece essere sottoposto a gara pubblica. “Ciò è
comprovato – prosegue Laguardia – dal fatto che per tutti gli altri appalti Enìa
ha fatto le gare mentre l’unico assegnato direttamente è quello ad Hera”. Sui
nomi degli altri indagati, Laguardia dice: “Non commento, quindi non confermo né
smentisco i nomi che non sono stati divulgati da questo ufficio”.

Il
procuratore chiarisce che la richiesta di sequestro preventivo avanzata dal pm
Roberta Licci, su cui il gip Maria Cristina Sarli si esprimerà nei prossimi
giorni, è stata motivata anche da una seconda ipotesi di reato riguardante una
“violazione urbanistica”. Il procuratore capo fa notare che la sentenza del Tar
che ha dato ragione alla multiutility sull’abuso edilizio denunciato dal Comune,
“non costituisce pregiudiziale in un processo penale”. Per il reato di abuso
edilizio “sono indagati i responsabili del cantiere”.
Ore 10 – L’ex presidente
di Enìa Andrea Allodi spiega i motivi che portarono la multiutility e le
istituzioni del territorio all’idea di costruire l’impianto di Ugozzolo. Per
Allodi, la scelta del forno metterebbe al riparo la città dal rischio di dover
spedire i rifiuti al’estero con un conseguente aumento dei costi di smaltimento.
“La Conferenza dei servizi ha imposto che le emissioni fossero a livelli
inferiori rispetto alle normative europee su cui sono tarate le emissioni della
maggior parte degli impianti funzionanti in Germania, Svizzera, Olanda. Ricordo
inoltre che l’impianto doveva avere un impatto ambientale positivo sul
territorio grazie alla forte espansione del sistema di teleriscaldamento”.

Allodi sottolinea che “dal 2003 ad oggi la raccolta differenziata è
salita da meno del 20% al 50% a Parma e al 60% in provincia. Tali valori sono
confrontabili con le eccellenze europee riferite a realtà comprendenti grandi
insediamenti urbani”. Infine, Allodi precisa che la Regione, con il progetto
Moniter, sta monitorando gli aspetti sanitari “in modo serio ed approfondito e
ad oggi non è emerso alcunchè”, oltre al fatto che “l’Istituto superiore di
sanità ha partecipato al progetto di Parma così come l’allora direttore generale
del ministero dell’ambiente Clini, oggi Ministro”.

“Termovalorizzatore:
Parma ha bisogno di chiarezza” di Roberto Ghiretti


Giovedì 6
settembre
“Il reato contestato non è legato a furti o tangenti, al
più si parla di procedure. Il massimo che viene addebitato al direttore generale
di Iren (Andrea Viero) è di avere affidato, invece di progettare tutto dentro ad
Iren, un pezzo di questa progettazione ad una azienda peraltro concorrente.
Quindi non credo che abbia fatto qualcosa di penalmente rilevante – commenta il
sindaco di Reggio Graziano Delrio – Lo stesso vale per il presidente della
Provincia e il sindaco di Parma: hanno usato procedure che si usano da tempo. In
un paese normale se c’è una questione di interpretazione della legge si cerca di
interpretare la legge, non si mette sotto accusa chi ha applicato quella che
ritiene la legge vigente. C’è anche una sentenza del
Tar”.

Iren ha scelto, intanto, come legale Carlo
Federico Grosso, penalista di lungo corso, già membro del Csm, primo difensore
di Anna Maria Franzoni nel processo di Cogne, avvocato nel processo sulla strage
di Bologna e avvocato di parte civile per 32mila risparmiatori investiti dal
crac Parmalat. La priorità per la multiutility è evitare il sequestro del forno,
infatti l’eventuale conferma del sequestro e l’avvio di un processo potrebbero
costare sulla carta oltre 40 milioni di euro a Iren, comprensivi degli utili
legati al funzionamento del forno, oltre ai 20 milioni di euro di finanziamento
europeo che svanirebbero qualora l’inceneritore non dovesse aprire i battenti
entro fine anno.

Mercoledì 5 settembre
L’ad di Iren Ambiente Andrea Viero, con una nota scritta, fa sapere
di non aver ricevuto atti di indagine a suo carico e ribadisce la correttezza
dell’operato della multiutility, oltre a ricordare le gravi ripercussioni che il
processo di smaltimento dei rifiuti subirebbe a Parma in caso di sequestro
dell’impianto.

“Dalle notizie apparse in questi giorni sulla stampa
abbiamo appreso dell’indagine della Procura della Repubblica di Parma e dei
presunti reati in merito alla realizzazione del Polo Ambientale Integrato (PAI)
– scrive Viero – Fermo restando che si tratta di indiscrezioni di cui non
abbiamo nessuna conoscenza precisa e diretta, non avendo ricevuto nessun atto in
merito, riteniamo opportuno sottolineare la convinzione nella correttezza del
nostro operato, fondato sull’applicazione delle previsioni normative nazionali e
regionali e delle prescrizioni autorizzative. Non nutriamo preoccupazioni, nel
caso i reati ipotizzati dalle testate giornalistiche dovessero essere realmente
contestati, poiché riteniamo di poter dare, anche nelle sedi opportune,
compiutamente conto della legittimità di ogni singolo passaggio di questo
progetto così articolato e complesso”.

“Le indiscrezioni, peraltro
confuse, riportate dalla stampa sul supposto reato di abuso d’ufficio non sembra
possano essere correlate ad una presunta richiesta di sequestro preventivo.
Stupiscono, infatti, i riferimenti all’affidamento della progettazione del Pai
ad Hera con violazione dei principi della trasparenza e della concorrenza. Con
Hera è attivo dal 2008 un accordo di collaborazione che ha consentito di poter
mettere in campo scambi di assistenza tra soggetti tecnicamente esperti e
competenti; una collaborazione attivata anche sul Pai e passata indenne alle
valutazioni dall’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici – prosegue
Viero – Stupiscono anche le supposte contestazioni dell’affidamento ad Iren
Emilia del servizio di raccolta rifiuti, avvenuto, come nel resto della Regione,
in base all’art. 16 della Legge Regionale 25/99. Una legge che ha portato, per
ogni territorio provinciale, ad individuare e salvaguardare, sulla base delle
previsioni normative, le cosiddetta gestioni industriali. Nel 2004 in provincia
di Parma, proprio sulla base di questa normativa, fu salvaguardata anche
Oppimitti Srl. La medesima legge inoltre prevedeva che con i gestori
salvaguardati fosse stipulata apposita convenzione per il periodo transitorio,
che poteva arrivare fino a 10 anni, senza costituire nuovo
affidamento”.

“Stupisce,
infine, che si parli di illegittimo affidamento della realizzazione del PAI dal
momento che la costruzione del sistema impiantistico non è stata frutto di un
affidamento, ma di un’intesa in base all’art. 18 della L.R. n. 20/2000 che
prevede la possibilità per gli enti locali di stipulare accordi con soggetti
privati per la realizzazione di progetti di rilevante interesse per la comunità
locale. Ancor di più se si considera, così come ha fatto la Commissione Europea,
che il progetto del Pai è totalmente autofinanziato dal gruppo Iren – sottolinea
Viero – In relazione al supposto abuso edilizio, al quale potrebbe essere
correlata la richiesta di sequestro preventivo, la nostra tranquillità deriva
anche dalla recente sentenza n. 41/2012 del TAR (passata in giudicato) con la
quale il competente Giudice Amministrativo ha espressamente confermato la
regolarità dell’iter autorizzativo adottato ed ha riconosciuto che il permesso
di costruire è stato rilasciato nell’ambito della procedura autorizzativa e di
Via (Valutazione di Impatto Ambientale) sulla base delle norme nazionali e
regionali in materia di Valutazione di Impatto Ambientale le quali definiscono
che la Via comprende e sostituisce tutte le autorizzazioni, concessioni,
licenze, pareri, nulla osta o assensi necessari per la realizzazione del
progetto”.

“Poco comprensibile sarebbe che il presunto reato di abuso
edilizio potesse essere connesso al mancato pagamento degli oneri di
urbanizzazione, non si sa come calcolati dalle testate giornalistiche in circa
430.000 euro, quando gli impegni assunti dal Gruppo Iren hanno visto la
corresponsione di circa 12 milioni di euro a titolo di opere di compensazione
ambientale a favore del Comune di Parma e di altri quattro Comuni confinanti –
conclude l’ad di Iren – L’ipotesi avanzata dalla stampa che, nelle more degli
accertamenti del caso da parte della Magistratura, il cantiere possa essere
sottoposto a sequestro in via cautelare, pur a fronte della consapevolezza di
poter dimostrare di aver correttamente agito secondo le disposizioni di legge,
riteniamo sollevi non poche preoccupazioni. Vanno infatti considerati con
estrema attenzione: il problema dello smaltimento dei rifiuti che si genererebbe
per la provincia di Parma a partire dall’inizio del prossimo anno dato il venir
meno delle convenzioni di smaltimento in essere; i danni che l’interruzione dei
lavori di realizzazione produrrebbe, anche in considerazione dello stato di
avanzamento, dei consistenti investimenti e dei piani di sviluppo del gruppo
Iren nel settore ambientale; e, non da ultimo, gli effetti occupazionali
connessi al temporaneo fermo del cantiere che ad oggi occupa mediamente 280
persone al giorno e che potrebbe anche mettere in seria difficoltà alcune
imprese coinvolte”.

Martedì 4 settembre
Spuntano
i primi nomi degli iscritti nel registro degli indagati per la vicenda
dell’inceneritore di Parma. Si tratta dell’ex sindaco di Parma Elvio Ubaldi e
del direttore generale di Iren Andrea Viero. Tredici le persone indagate in
tutto nell’inchiesta avviata dalla Guardia di finanza dopo gli oltre 10 esposti
presentati dalle associazioni contrarie al progetto dell’inceneritore.
Nell’elenco figura anche Emanuele Moruzzi, ex responsabile del Servizio ambiente
del Comune di Parma che a giugno 2011 era finito in manette nell’ambito
dell’inchiesta Green Money; quello all’Urbanistica Ivano Savi, arrestato pochi
mesi dopo con la moglie con l’accusa di concussione; Andrea Allodi, ex
presidente di Amps ed Enìa; Gabriele Alifraco, dirigente dell’ufficio Ambiente
della Provincia di Parma.

Nel mirino della Procura sia l’iter di approvazione
dell’impianto sia l’affidamento della raccolta rifiuti a Iren (ex Enìa) senza
una gara ad evidenza pubblica. Tra il 2004 e il 2006 era stato proprio Ubaldi,
sindaco e presidente di Ato, ad affidare alla società senza gara d’appalto lo
smaltimento dei rifiuti dei Comuni della provincia per 10 anni. “Non ho ricevuto
alcuna notifica – ha detto l’ex sindaco – E non capisco la ragione, la cosa mi
risulta strana”.

I legali della multiutility confidano in una soluzione
positiva almeno per quanto riguarda la questione dell’abuso edilizio. Il
problema, infatti, è stato già affrontato nelle diverse fasi del ricorso al Tar
di Parma contro il Comune e si è risolto con una sentenza favorevole a Iren,
diventata definitiva perché il commissario Ciclosi ha deciso di non impugnarla
davanti al Consiglio di Stato. Secondo i giudici, con l’approvazione del Piano
ambientale integrato in sede di Conferenza dei servizi, il Comune avrebbe dato
implicitamente a Iren il permesso di costruire. Di diverso avviso la Procura,
per cui Iren, avviando i lavori senza concessione edilizia, avrebbe risparmiato
420mila euro di oneri di urbanizzazione da corrispondere al
Comune.

Intanto il Movimento 5 Stelle è al lavoro sull’alternativa
all’inceneritore: “La presenteremo tra qualche settimana e sarà pronta entro la
fine dell’anno – sottolinea il capogruppo Marco Bosi – Nostro obiettivo è
arrivare alla raccolta differenziata porta a porta in tutta la città nel
2013”.
“Spetterà alla magistratura fare il suo corso e sarà il Gip
a pronunciarsi sul sequestro preventivo del cantiere di Ugozzolo, ma ora più che
mai occorre ripensare al ruolo delle multiutility che gestiscono i servizi
pubblici”. L’assessore Folli sottolinea come all’interno delle multiutility ci
siano figure scelte perchè appartenenti al mondo della politica, non per
competenze in merito. Folli ribadisce la richiesta di dimissioni del
vicepresidente Iren Villani, perchè “è impensabile avere ancora un
vicepresidente nominato dalla giunta precedente e con competenze discutibili in
materia”.

“Occorre rivedere il piano gestione rifiuti, il Comune di Parma
farà la sua parte ma occorre un dialogo tra Provincia, Regione, come per
l’individuazione di siti e impianti di smaltimento, scelte non di competenza del
Comune”. Folli si focalizza sull’importanza di evitare un conflitto di interessi
tra chi si occupa della raccolta differenziata e chi la smaltisce e ritiene
necessaria una netta separazione dei compiti. Il Comune ha predisposto un piano
di raccolta porta a porta dell’organico che partirà entro il 2012 nel centro
storico per poi estendersi a tutti i quartieri della città nel 2013.

“Inceneritore
Parma, avevamo ragione noi” del Comitato Gcr


Lunedì 3
settembre

Per il sindaco di Parma Federico Pizzarotti la
richiesta di sequestro preventivo del cantiere dell’inceneritore è stata un
sollievo. Iren, infatti, voleva accenderlo a tutti i costi ma il Movimento 5
Stelle aveva giocato tutte la campagna elettorale sul “no” al
termovalorizzatore. Le numerose richieste di penali che il Comune non avrebbe
potuto pagare, tuttavia, rischiavano di rendere la situazione molto complicata
per i grillini.

Beppe
Grillo ha appreso la buona novella proprio a fianco del sindaco di Parma alla
festa 5 Stelle di Brescia. “Finalmente si comincia a ragionare in un altro modo
rispetto al metodo dell’incenerimento dei rifiuti – ha commentato il comico – Si
sono rotti i giochini che rovinano la salute, con i milioni di euro che si
sprecano per le multiutility comunali”.

La minoranza in municipio ha
proposto un consiglio comunale monotematico sul caso e il primo cittadino
Pizzarotti ha dichiarato: “Sono anni che segnaliamo le irregolarità del
cantiere, ma aspettiamo di conoscere i dettagli. La cosa certa è che ora anche
la Provincia dovrà decidersi a valutare una nuova proposta”.

Dopo che il
ministro Clini, a Montecchio, ha espresso preoccupazione per i finanziamenti
pubblici percepiti da Iren per la costruzione dell’inceneritore di Parma, i
consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle di Parma (Marco Bosi), Reggio
(Matteo Olivieri), Piacenza (Mirta Quagliaroli), Torino (Vittorio Bertola) e
Genova (Paolo Putti) domandano: “Un ministro dell’Ambiente, che oltretutto è
anche medico, non pensa sia più opportuno occuparsi di salute pubblica e non
degli incentivi che potrebbe perdere un azienda privata che ha costruito un
impianto sotto inchiesta da parte della magistratura. Da parte nostra crediamo
che non ci possano essere deroghe alla legalità e che la magistratura deve
procedere nel suo lavoro per fare piena luce sui fatti”.

“Non è più tempo
di scendere a patti con gli interessi economici a discapito della salute dei
cittadini e la recente vicenda dell’Ilva di Taranto dovrebbe essere da monito a
tutti noi affinchè certe situazioni non si ripetano, a maggior ragione in un
area come la nostra vocata alle produzioni agro-alimentari di pregio – scrivono
i grillini – Ricordiamo che gli incentivi pubblici (certificati verdi) cioè
provenienti da tasse dei cittadini, percepiti da Iren di cui accenna il Ministro
sono legati per lo più alla combustione di fanghi da depurazione che anziché
essere bruciati e produrre emissioni inquinanti, potrebbero essere trattati in
modo più ambientalmente sostenibile e impiegati per produrre biogas (anch’esso
finanziabile) in fase di bioessicazione”.

“Su molti
documenti e iter che hanno portato alla creazione dell’inceneritore c’è la mia
firma, visto che dal 2008 in poi ho ricoperto la carica di ad di Enìa arrivando
nel 2010 ad occupare la stessa carica anche in Iren Ambiente. Non mi stupirei
quindi se tra gli indagati ci fosse il mio nome”. E’ quanto dichiara Andrea
Viero, direttore generale di Iren dal luglio 2010. Non è stato emesso ancora
alcun avviso di garanzia, né sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali da
parte della procura, le voci sugli indagati però si stanno moltiplicando ed è
stato fatto anche il nome di Viero, il quale, dopo l’incontro con gli avvocati,
fa sapere: “Nei prossimi giorni sceglieremo la strategia da seguire”.

“Le sentenze del Tar parlano chiaro e sono certe, la richiesta
del pm al momento è una richiesta. Nutriamo la massima fiducia nell’azione dei
giudici – ha commentato il sindaco di Reggio Graziano Delrio – Dico a Pizzarotti
che sull’inceneritore bisogna trovare soluzioni possibili e realistiche anziché
procedere attraverso la magistratura. Dopo di che, sia chiaro: le scelte
compiute negli anni passati dall’Ato di Parma riguardano Parma e
basta”.

La questione Iren rischia di avere importanti ripercussioni
finanziarie ed economiche. Prima di tutto in Borsa, poi ci sono i 20 milioni di
euro di finanziamento europeo che potrebbero saltare qualora entro fine anno
l’inceneritore di Ugozzolo dovesse chiudere i battenti, e ancora, i 6,541
milioni di utile netto che l’ex Enìa ha già previsto per il 2013 legati al
funzionamento dell’inceneritore, seguono i 12,925 milioni inseriti nel programma
economico e calibrati sul 2014. Senza dimenticare i quasi 28 milioni di euro che
la multiutility ha chiesto a titolo di risarcimento al Comune di Parma per il
blocco dei lavori di 3 mesi del cantiere. Cifre che Iren contava di incassare,
necessarie per risollevare il bilancio che vede livelli di indebitamento da
record, ma che dopo la richiesta avanzata dalla Procura di Parma rischiano di
perdersi nel nulla.

“Sel
e Idv contro inceneritore, il Pd con il camino in mano” del Comitato
Gcr

“Parma,
l’Idv contro l’inceneritore” di Liana Barbati (consigliere regionale
Idv)

Sabato 1 settembre

Lo scorso 30 luglio
la Procura di Parma ha chiesto il sequestro preventivo del cantiere
dell’inceneritore di Ugozzolo, richiesta inoltrata dal pm Roberta Licci. Ora la
decisione spetta al giudice per le indagini preliminari Maria Cristina Sarli. I
reati ipotizzati sono abuso edilizio e abuso d’ufficio. Nel mirino i vertici di
Iren, che ha in carico i lavori, e i dirigenti di Comune e Provincia. Massimo
riserbo sui nomi.

L’abuso edilizio si configura perché il cantiere sarebbe
stato avviato in mancanza della concessione edilizia del Comune, al quale non
sarebbero stati pagati gli oneri di urbanizzazione. Il cantiere è rimasto
bloccato per mesi, finché il Tar non ha messo la parola fine alla querelle dando
ragione alla multiutility, che ora ha chiesto un risarcimento danni di 28
milioni di euro per il periodo di inattività. Per quanto concerne l’abuso
d’ufficio, si ipotizza che l’assegnazione dell’appalto sia avvenuta senza indire
una gara pubblica.

Iren fa sapere di aver “piena fiducia nell’operato
della magistratura”. Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti ha dichiarato: “Noi
rispettiamo le fasi esecutive della giustizia che sono sacrosante, aspettiamo la
decisione del giudice con serenità, senza esultanze o proclami. Tuttavia le
irregolarità al centro dell’indagine, come l’abuso edilizio, le abbiamo sempre
denunciate”. L’assessore all’Ambiente Folli è soddisfatto: “Di certo non si può
parlare di notizia inattesa, era quasi agognata. La Procura era al lavoro da
tanto tempo, mi aspettavo che prima o poi saltasse fuori qualcosa. Adesso è
presto per fare commenti, non è ancora dato di sapere molto. E’ un bel momento
per fare chiarezza su una vicenda che ha molte ombre”. Prudente il presidente
della Provincia Vincenzo Bernazzoli, che ha sempre appoggiato il progetto
dell’inceneritore: “Non ritengo, allo stato, di formulare commenti nel dettaglio
onde non interferire con le valutazioni che dovrà fare la competente autorità
giudiziaria, il cui operato deve comunque essere rispettato da ogni istituzione
ovvero, se del caso, contestato solo nelle sedi proprie. Allo stato ritengo
comunque che gli uffici della Provincia, per quanto di propria competenza,
abbiano agito nel rispetto della legge, come peraltro confermato da due
successive sentenze del Tar di Parma”.

“Sequestro
inceneritore Parma, la verità sul forno comincia a fare breccia” del Comitato
Gcr

“Sequestro
inceneritore Parma, l’inchiesta fa giustizia di anni di denunce” di Matteo
Olivieri (Reggio 5 Stelle)

“Tra i
principi e i valori cardine dell’Italia dei Valori vi è senza dubbio il rispetto
della legalità e delle istituzioni, tra cui la magistratura. Sia a livello
nazionale, con i tanti processi che hanno riguardato la classe politica
corrotta, sia a livello locale, con le inchieste green ed easy money, siamo
sempre stati dalla parte di chi rappresenta quell’organo indipendente
fondamentale per uno Stato di diritto, i magistrati. Anche in questa occasione,
l’Italia dei Valori di Parma si schiera senza se e senza ma al fianco della
Procura di Parma in merito al sequestro preventivo del cantiere
dell’inceneritore per far luce su una vicenda da sempre poco chiara”. Questo il
commento dell’Italia dei Valori di Parma, che ha voluto esprimere massima
appoggio alla Procura.

“I responsabili di questi reati, – prosegue la
nota – abuso d’ufficio e abuso edilizio, qualora si rivelassero veritieri,
dovranno inevitabilmente pagare non solo dal punto di vista legale, per quello
ci penseranno gli organi competenti, ma dovranno pagare le conseguenze politiche
delle loro scelte, vale a dire rassegnare inevitabilmente le proprie
dimissioni”.


http://24emilia.com/Sezione.jsp?titolo=Inceneritore+di+Parma%2C+i+pm+chiedono+il+sequestro&idSezione=40806

 

VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE CI DIMETTIAMO PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI!

LE PALLE RACCONTATE NEL PROGRAMMA ELETTORALE SOTTO LO SLOGAN
“L’IMPEGNO CONTINUA” 

NULLA DI NULLA SOLO CEMENTO CEMENTO MUNNEZZA MUNNEZZA 

NULLA DI NULLA SOLO CEMENTO CEMENTO MUNNEZZA MUNNEZZA 

NULLA DI NULLA SOLO CEMENTO CEMENTO MUNNEZZA MUNNEZZA 

CHE PALLA: RIFIUTI DIFFERENZIATA IL PROFESSORE DICEVA 
LA PORTO AL 50% 

ELEZIONI 2004  CON LO SLOGAN 
“NEL SEGNO DELLA CONTINUITA'”

I MOSCHETTIERI DEL 2009  RESPONSABILI DEL DISASTRO ECONOMICO SOCIALE 
ED AMBIENTALE 
DI ISOLA DELLE FEMMINE 

ELEZIONI 2004  CON LO SLOGAN
“NEL SEGNO DELLA CONTINUITA'” 

SE SARO’ ELETTO FARO’ L’ASSESSORE  E vedete cosa vi combino vi riempirò Isola di munnezza

NON ABBIAMO LASCIATO NESSUN ANGOLO DI PAESE SCOPERTO DI MUNNEZZA
CE LA SIAMO MESSI PERSINO SOTTO IL MUNICIPIO 

ABBIAMO RIDOTTO UN COMUNE A PEZZI

LA COMMISSIONE ACCESSO ATTI GOVERNATIVA AL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE 

ABBIAMO FATTO TROVARE DEI BEI MUCCHI DI MUNNEZZA ALLA COMMISSIONE 


CI DIMETTIAMO  PRIMA
CHE LA BARCA AFFONDI! VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE

Uno dei tanti  PERCHE’ ALLE COSTRETTE DIMISSIONI DELLA GIUNTA
DEL PROFESSORE

ABBANDONIAMO LA BARCA    CON LA SICUREZZA DI LASCIARVI IN UN MARE DI
MUNNEZZA.

I CITTADINI DEVONO SAPERE CHE NEGLI ULTIMI 1000 MILLE GIORNI
DELLA NOSTRA AMMINISTRAZIONE BEN 673 
SEICENTOSETTANTATRE
   PAESE E’ STATO LETTERALMENTE RICOPERTO IN
OGNI SUO SPAZIO DI MUNNEZZA DI OGNI GENERE DALL’AMIANTO AI RESTI DI CIBO ALLE
CASSETTE DI FRUTTA AVARIATA RIFIUTI DEL LABORATORIO DI ANALISI  SCATOLETTE ALIMENTARI SCADUTE    MATERIALE DI RISULTA DELL’EDILIZIA CARTONE
VERNICI VETRO……….. PER NON PARLARE DELLA FAMOSA TESTA DI CAVALLO

NEGLI ULTIMI  MILLE
GIORNI
DI NOSTRA AMMINISTRAZIONE DALLE MONTAGNE DI RIFIUTI SPARSE IN TUTTO IL
PAESE SI SONO SVILUPPATI BEN  
76 INCENDI.
LE DIOSSINE DEGLI INCENDI DEI RIFIUTI SONO RIUSCITE
BENISSIMO AD UNIRSI A QUELLE PROVENIENTI DALLA ITALCEMENTI E MISCELLARSI CON BENEZENE CROMO ESAVALENTE PM10 POLVERI SOTTILI ZOLFO …….
CI DIMETTIAMO  PRIMA
CHE LA BARCA AFFONDI! VISTO COME ABBIAMO ROVINATO IL PAESE

2004 SE SAREMO ELETTI SARA’ NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’

2009 SE SAREMO ELETTI E’ NEL SEGNO DELLA CONTINUITA’

2012 PECCATO ! PECCATO! PECCATO!   

Oggi ci
dimettiamo per avere concluso la nostra missione:
PORTARE ALLA BANCAROTTA IL VOSTRO PAESE ISOLA DELLE FEMMINE
SIAMO RIUSCITI A RIDURRE IL VOSTRO PAESE LA PERIFERIA “ZEN”
DI PALERMO

SIAMO RIUSCITI A FAR DEISTERE QUEI POCHI MALCAPITATI TURISTI
A LASCIARE ANTICIPATAMENTE I NOSTRI ALBERGHI E QUINDI IL NOSTRO PAESE

SIAMO RIUSCITI NEGLI ANNI A FAR PASSEGGIARE I POCHI
MALCAPITATI TURISTI A PASSEGGIARE FRA CUMULI DI MUNNEZZA
PER  IL NOSTRO  SENSO DI RESPONSABILITA’  CHE CI  CONTRADDISTINGUE  COMUNICHIAMO AI   cittadini CHE 
interrompIAMO  questo NOSTRO  impegno portato avanti  con grande passione per il bene di poche e
selezionate persone
.
SI! SI! SI!SI SI! 

OGGI SIAMO COSTRETTI A DIMETTERCI PRIMA
CHE VOI CITTADINI VI RENDIATE CONTO DELLE GROSSE PALLE CHE VI ABBIAMO
RACCONTATO NEL PROGRAMMA ELETTORALE DEL 2009:

  • PER ESEMPIO PORTARE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA AL 50%
  • OPPURE LA PALLA  DELLE
    PISTE CICLABILI
  • OPPURE IL POTENZIAMENTO E LA MIGLIORIA DELL’ARREDO URBANO
  • OPPURE LA GROSSA PALLA CHE VI ABBIAMO FATTO BERE CITTADINI
    DI ISOLA DELLE FEMMINE. L’AREA PEDONALE E LA VALORIZZAZIONE DELLA ZONA TORRE IN
    TERRA

SU UN PUNTO DOBBIAMO CHIEDERVI SCUSA PER NON AVERLO
REALIZZATO:

-REALIZZAZIONE DI VARCHI LIBERI PER LA FRUIZIONE DELLA
SPIAGGIA LA PREVISTA VIA DI COLLEGAMENTO DELLA VIA 

MARTIN LUTHER KING  A VIALE DEI SARACENI. NON
VOLEVAMO DISTURBARE I SONNI TRANQUILLI DEI RESIDENTI DI VIA MARTIN LUTHER KING
A  nulla è valsa la
resistenza che abbiamo opposto al lavoro 
della COMMISSIONE GOVERNATIVA di accesso agli atti insediatasi al Comune
di Isola delle Femmine, VOLUTA AUSPICATA E DESIDERATA DA PARTE DELLA STRAGRANDE
MAGGIORANZA DEI CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE.
NOI TUTTI AD INIZIARE DAL SOTTOSCRITTO  PROFESSOR Gaspare, Napo, Ale, Giovanni, Salvo Alberto
Zii Nipoti Cognati Generi Futuri Generi Sorelle Fratelli Cugini  ci siamo asserragliati nel “fortino” di Via
Colombo per difenderci dall’assalto di cittadini inferociti che ritenevano NOI
responsabili dei  rifiuti che ormai
ricoprivano da mesi  le strade e le
piazze di Isola.

Per anni mesi settimane giorni  abbiamo subito l’onta del discredito perché
alcuni   dei nostri  amici parenti e collettori di voti omettevano di
pagare la tassa della munnezza. E pensare che al nostro amico e collega Napo
siamo riusciti a fargli pagare per META’ la tassa della munnezza  della palestra affidata  in gestione dal “parente” Sindaco (rep n
811/2003) alla moglie Lucido Maria Stella!
Grandioso è stato l’impegno con la ITALCEMENTI, nell’anno
2008 grazie alla collaborazione della PRESIDENTESSA della Commissione Ambiente
Consiliare, MA SOPRATTUTTO DELL’INTERO GRUPPO prima “Isola per Tutti” e poi “Progetto
Cementificazione ed Inquinamento”  
Siamo riusciti grazie all’assenza  delle associazioni  ambientaliste a far ottenere    alla ITALCEMENTI l’Autorizzazione Integrata
Ambientale della Regione Sicilia.
Alla Italcementi abbiamo permesso di tutto e di più nell’ASSENZA di  autorizzazioni, nello
sforamento della massa delle emissioni, nella emissioni di ogni tipo di
inquinante tipo CROMO ESAVALENTE VI.benzene diossina in quantità persino
spropositata, pm10 polveri fini sottili ultrassottili insomma di quella roba
che riesce a penetrare facilmente nel tessuto umano. 

Abbiamo concesso che la
ITALCEMENTI anzitempo bruciasse in notevoli quantità 800 TONNELLATE  i rifiuti di refrattari, gessi chimici ……..
Alla Italcementi abbiamo permesso per anni  di non ottemperare alla direttiva Europea che
imponeva l’AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE entro il 30 ottobre 2007
.
Alla Italcementi, IO  SINDACO ed il mio gruppo
politico, abbiamo permesso  di non
rispettare le prescrizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale il
quale prevedeva l’adozione delle migliori tecnologie per tutte le aziende che inquinano.
Sin dal luglio 2010 NOI alla Italcementi  permettiamo l’attività produttiva anche in
assenza dell’A.I.A. in quanto decaduta per mancato rispetto delle prescrizioni.
Insomma Gaspare Sindaco e TUTTI TUTTI NOI del
gruppo politico “Progetto Isola” siamo riusciti a creare anzitempo la nostra
piccola TARANTO.
NATURALMENTE TUTTO QUESTO GRAZIE ANCHE ALLA DISPONIBILITA’
DELLA ITALCEMENTI PER QUANTO RIGUARDA EVENTUALI ATTREZZATURE SCOLASTICHE O
PARTECIPAZIONI A SAGRE PAESANE…….
Nessuna riconoscenza per i nostri sforzi ad
implementare  l’immagine di Isola delle
Femmine e le sue strutture ludico ricettive. Vedasi le nostre frequentazioni
estive al MOMA BEACH ora FREE BEACH o le nostre incursioni alla discoteca MOMA
GLAMOUR (APERTA ANCHE IN ASSENZA DEL PAI)

Ah! Quanti sacrifici mal ripagati!
Nessuna riconoscenza per noi che siamo riusciti con impegno
e fatica a rendere Isola delle Femmine una perfetta periferia della peggiore
Palermo fatta di delinquenza di droga e………
Nessuna riconoscenza per NOI che molto ci siamo prodigati a
far CEMENTIFICARE, grazie al sacrificio economico di alcuni nostri amici, le poche aree
libere esistenti a Isola, comportando un sacrificio di moltissimi cittadini che
hanno dovuto fare a meno di aree pubbliche a loro destinate (aree verdi,
servizi pubblici e sociali…..).
Tutto questo ed altro volevamo riferire al Prefetto
nell’incontro di Giovedì.
Purtroppo  siamo stati
ricevuti dal Viceprefetto!!!!
Un messaggio chiaro nemmeno Lui ha voluto parlarci, anzi il
messaggio che ci è stato inviato:

DIMETTETIVI PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI!
OGGI A MALINCUORE CI SIAMO DECISI A SEGUIRE IL CONSIGLIO
DATOCI:
CI  SIAMO
DIMESSI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PROGETTO FIATO SUL COLLO
ASSOCIAZIONE AGENDA ROSSA DI ISOLA DELLE FEMMINE

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Anche gli abitanti sono più «avvelenati». Ma per Taranto il governo ha
stanziato 340 milioni, Brescia attende da anni 6 milioni, cifra assolutamente
insufficiente

Il sito Caffaro a Brescia

Il sito Caffaro a
Brescia


Ci sono mille Ilva di Taranto nel cuore di Brescia.
È la conclusione choc dello studio comparato redatto dallo storico ambientalista
Marino Ruzzenenti, che ha confrontato i dati Arpa sulle concentrazioni di
diossine e pcb presenti nell’area della più grande acciaieria d’Italia a quelle
rintracciate all’interno dell’azienda Caffaro di Brescia, che tra il 1929 e il
1984 ha prodotto 150mila tonnellate di policlorobifenili.


RISULTATI INQUIETANTI – I risultati sono a dir poco inquietanti.
L’eredità del passato industriale della Leonessa è per certi versi più pesante
del presente produttivo di Taranto. Se il picco massimo di diossine all’interno
dell’Ilva arriva a 351 nanogrammi per ogni chilo di terra, sotto la Caffaro le
diossine arrivano a 325 mila nanogrammi. La musica cambia solo qualche nota se
si prende in considerazione il territorio circostante le due aziende. A Taranto
(quartiere di Statte) le diossine arrivano a poco più di 10 nanogrammi;
nell’area inquinata del sito Caffaro (200 ettari a sud ovest di via Milano) le
concentrazioni di diossine sono trecento volte superiori. Gli inquinanti sono finiti nel sangue e nel latte materno
degli abitanti. Anche qui il raffronto è impietoso, visto che i cittadini che
vivono dentro il sito Caffaro – secondo uno studio Asl del 2008 – hanno in corpo
concentrazioni di diossine quasi dieci volte superiori a quelli che vivono nei
pressi dell’Ilva. E a Brescia come a Taranto, ci sono divieti.
VIETATO GIOCARE NEI PARCHI – Se i
media nazionali hanno focalizzato l’attenzione sui bimbi del quartiere Tamburi
di Taranto, che non possono giocare nei parchi inquinati da pcb, a Brescia è da
10 anni che 25 mila persone non possono coltivare orti o portare i bimbi al
parco. Ma purtroppo non c’è solo la Caffaro. Nel dicembre 2007 otto stalle (che
si trovavano fuori dal sito Caffaro) sono state chiuse perchè nel latte munto
dalle mucche le diossine erano troppo alte. «Le altre fonti di diossine e pcb
sono l’inceneritore e le acciaierie» spiega Ruzzenenti. Le loro emissioni sono
molto inferiori rispetto all’inquinamento dell’Ilva (e negli ultimi 2 anni sono
stati fatti passi da gigante per l’abbattimento degli inquinanti). Ma a Brescia
non c’è vento e quindi gli inquinanti restano molto di più nell’aria. Le
diossine trovate nell’aria di Brescia nell’agosto 2007 dall’Istituto Superiore
della Sanità (quindi con le acciaierie chiuse ma con l’inceneritore in funzione)
erano doppie rispetto a quelle trovate a Taranto. Quelle trovate da Arpa sul
terreno di San Polo nell’ultimo anno sono di poco inferiori a quelle rilevate
nel quartiere Tamburi nella città ionica. E sono simili le quantità del
cancerogeno benzo(a)pirene. E Brescia batte Taranto anche per le pm10: ben 104 a
Brescia (Broletto) contro i 41 del quartiere Archimede di Taranto.
FONDI INSUFFICIENTI – Eppure per
Taranto il governo ha stanziato 340 milioni per la bonifica, mentre Brescia
attende da anni 6,7 milioni promessi ma mai arrivati. Soldi del tutto
insufficienti alla bonifica. «Non si può continuare a convivere con questa
emergenza – commenta Ruzzenenti, che ha anche fatto un esposto alla Procura – e
le istituzioni devono assolutamente fare un pressing su governo e sull’Unione
Europea per chiedere fondi».