RELAZIONE PREFETTIZIA DELLACOMMISSIONE DI ACCESSO AGLI ATTI AL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE E DECRETOPRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE

RELAZIONE PREFETTIZIA DELLACOMMISSIONE DI ACCESSO AGLI ATTI AL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE E DECRETOPRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE  (PDF)

 

 

 

IL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
  Considerato che nel comune di Isola delle Femmine (Palermo)  gli organi   elettivi   sono   stati   rinnovati   nelle consultazioni amministrative del 6 e 7 giugno 2009;
  Considerato che dall’esito di approfonditi accertamenti sono emersi collegamenti diretti ed indiretti tra componenti del  consesso  e  la criminalita’ organizzata locale;
  Ritenuto che la permeabilita’ dell’ente ai condizionamenti 
esterni della criminalita’  organizzata  arreca  grave 
pregiudizio  per  gli interessi della collettivita’ e determina
lo svilimento e la  perdita di credibilita’ dell’istituzione locale;
  Ritenuto che, al fine di porre rimedio  alla  situazione 
di  grave inquinamento e deterioramento dell’amministrazione comunale di  Isola delle Femmine, si rende necessario far luogo  allo  scioglimento  del consiglio comunale e disporre il  conseguente commissariamento,  per rimuovere tempestivamente gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico ed assicurare il risanamento dell’ente locale;
  Visto l’art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267;
  Vista la proposta del Ministro dell’interno, la  cui  relazione  e’ allegata al presente decreto e ne costituisce parte integrante;
  Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri,  adottata  nella riunione del 9 novembre 2012 alla quale e’ stato debitamente invitato il Presidente della Regione Siciliana;
                              Decreta:
                              
Art. 1 
  Il consiglio comunale di Isola delle Femmine (Palermo)  e'  sciolto per la durata di diciotto mesi.                         
Art. 2
  La gestione  del  comune  di  Isola  delle  Femmine 
(Palermo),  e 
affidata alla commissione straordinaria composta da:
    dott. Vincenzo Covato – viceprefetto a riposo;
    dott.ssa Matilde Mule’ – viceprefetto aggiunto;
     dott. Guglielmo Trovato – dirigente di II fascia.            
Art. 3 
 
  La commissione straordinaria per la  gestione  dell'ente  esercita, fino all'insediamento degli organi ordinari  a  norma  di  legge,  le attribuzioni spettanti al  consiglio  comunale,  alla  giunta  ed  al sindaco nonche' ogni altro potere ed incarico connesso alle  medesime cariche. 
    Dato a Roma, addi' 12 novembre 2012 
 
                             NAPOLITANO 
 
 
                                Monti, Presidente del  Consiglio  dei
                                Ministri 
                                Cancellieri, Ministro dell'interno 
 
Registrato alla Corte dei conti il 16 novembre 2012 
Registro n. 7, interno foglio n. 185 

http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&datagu=2012-11-29&task=dettaglio&numgu=279&redaz=12A12433&tmstp=1354221071377


ERA IL 26 APRILE DI QUESTO ANNO  QUANDO LUI DICHIARA 

CHE…


 

3) Sono disposta a vendere una delle mie ville per disporre dei fondi necessari a impedire il successo delle liste avversarie da quella di Portobello (scarica in pdf) 

5) SCIOLTO
PER INFILTRAZIONI MAFIOSE IL COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
 
(scarica in pdf) 

6) “S” maggio 2012 L’ISPEZIONE A ISOLA DELLE FEMMINE ecco LE CARTE DELLO SCONTRO (scarica in pdf) 

  

Tutti i comuni commissariati: ecco la mappa

La legge che permette al ministro dell’Interno di sospendere gli 
amministratori sospettati di collusioni mafiose è stata introdotta nel ’91. 
Da allora i comuni commissariati sono stati 170, per 211 volte. Infatti, 
alcuni consigli comunali sono stati azzerati per mafia più di una volta. 
In rosso i comuni sciolti per mafia una sola volta, in blu quelli commissariati 
per due volte, in giallo gli enti azzerati per tre volte.
(Fonte: ministero dell’Interno)

Tutti i comuni commissariati: ecco la mappa

 
Al 27 novembre 2012, gli enti senza sindaco in Italia sono 137.
Di questi, 30 sono stati sciolti per mafia e 46 per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri. In rosso i comuni sciolti per mafia, in viola per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri, in blu per le dimissioni del sindaco, in giallo per altri motivi.

L’elenco è stato ottenuto incrociando i dati forniti dal Viminale con quelli dell’Ancitel.

zoom mappa in altra pagina

L’ultimo caso è Catanzaro, dove il Tar ha invalidato il voto. Ma tra gli enti senza sindaco, 46 sono stati sciolti perché la maggioranza dei consiglieri ha lasciato l’incarico, 30 per infiltrazioni della criminalità organizzata. GUARDA LA MAPPA 
 
di Valeria Valeriano


L’ultimo caso è quello di Catanzaro. Il comune calabrese è stato sciolto dopo che il Tar ha invalidato il voto in 8 sezioni e dichiarato nullo il verbale di proclamazione del sindaco. Per traghettare la città fino alle prossime elezioni, il 20 e 21 gennaio, è stata scelta Silvana Riccio, 56 anni, ex direttore generale del Comune di Napoli rimossa pochi giorni fa dal sindaco Luigi de Magistris. Per la seconda volta in dieci mesi, nel capoluogo di regione arriva un commissario.
In tutto, in Italia, sono oltre un centinaio i consigli comunali in amministrazione straordinaria. Il dato lo si ricava incrociando due liste: quella fornita dal Viminale e quella pubblicata da Ancitel sul sito internet Comuniverso.it (GUARDA LA MAPPA). Dei 137 comuni commissariati, 30 sono stati sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata. Uno degli ultimi casi ha fatto più scalpore degli altri. A essere sciolto per “contiguità mafiosa” è stato, per la prima volta, un capoluogo di provincia: Reggio Calabria.

 

 



I motivi – Scorrendo la lista, il motivo del commissariamento che ricorre più di frequente è “dimissioni della maggioranza dei consiglieri“: 46 comuni su 137 sono stati sciolti perché la metà più uno dei membri ha lasciato il consiglio. Le statistiche, però, non dicono tutto. Il passo indietro dei consiglieri, infatti, può essere dettato da vari motivi. Politici, ma non solo. Nel marzo del 2011, ad esempio, 14 membri del consiglio comunale di Buccinasco, la cittadina in provincia di Milano definita tra le polemiche “la Platì del nord“, lasciarono dopo che il sindaco finì in manette per un presunto giro di tangenti. Seguono, tra le ragioni dell’amministrazione straordinaria, le dimissioni del sindaco (32 comuni), l’infiltrazione di tipo mafioso (30), il decesso del primo cittadino (12), l’annullamento delle operazioni elettorali (7), l’approvazione di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco (4), la sua ineleggibilità (2). 

 

 

Quattro comuni, infine, risultano commissariati rispettivamente per impossibilità di surroga dei consiglieri dimissionari, mancato raggiungimento del numero minimo di votanti, decadenza del sindaco per elezione ad altro incarico, sostituzione del commissario straordinario nominato in precedenza.

 

 

 

 

Infiltrazioni mafiose – Tra i 30 comuni attualmente sciolti per mafia, 14 si trovano in Calabria (in totale nella regione i paesi commissariati sono 20). In Campania, invece, su 29 comuni in amministrazione straordinaria, 6 lo sono per infiltrazioni mafiose. In Sicilia la proporzione è 6 su 13. Ma lo scioglimento per mafia non è un fenomeno che riguarda solo il Sud: sono commissariati per questo motivo anche Bordighera eVentimiglia, in Liguria, Rivarolo Canavese e Leinì, in Piemonte. E le infiltrazioni della criminalità organizzata nei municipi del nord non sono iniziate di recente: il primo caso risale al maggio del 1995, quando fu sciolto per questo motivo il comune piemontese di Bardonecchia. Nel 2005 toccò anche al Lazio e sotto commissariamento finì Nettuno.  

 

 

 

 

I numeri – La legge che permette al ministro dell’Interno di sospendere gli amministratori sospettati di collusioni mafiose è stata introdotta nel 1991. Da allora i comuni sciolti sono stati 170, per 211 volte (GUARDA LA MAPPA). 

 

 

Questo vuol dire che alcuni consigli comunali sono stati azzerati per mafia più di una volta. In particolare, 33 amministrazioni sono state commissariate per due volte, quattro (Casal di Principe, Casapesenna, Misilmeri e Roccaforte del Greco) per tre volte. La maglia nera va alla provincia di Napoli, dove i comuni sciolti almeno una volta sono stati 35. Secondo posto per Reggio Calabria, 28, e terzo per Caserta, 19. Ai piedi del podio si piazza Palermo (18). 

 

 

La legge del ’91 fu applicata per la prima volta nell’agosto di quell’anno per commissariare Taurianova, centro in provincia di Reggio Calabria. Ad accelerare il varo della normativa fu proprio la faida che da anni insanguinava la cittadina della piana di Gioia Tauro. Il comune di Taurianova è stato sciolto di nuovo nel 2009. Ora, a distanza di oltre vent’anni dal primo commissariamento, con alla guida lo stesso sindaco del secondo, rischia ancora: lo scorso settembre si è insediata la terza commissione d’accesso antimafia.
 

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Gli sviluppi giudiziari del caso dell’Ilva di Taranto permettono ai tarantini
colpiti dalle conseguenze dell’inquinamento di costituirsi parte civile o di
promuovere causa civile autonoma per chiedere il risarcimento del danno.
Pubblichiamo il commento di uno degli avvocati che, attraverso il comitato
salute di Brindisi, si è preso a cuore la questione.

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile


 Ecco la nota dell’avvocato Stefano Palmisano:


“Le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di
Taranto – che hanno determinato la continua e costante dispersione nell’aria
ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata
grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e
continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi
innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella
popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi
e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di
terreni ed acque ed animali destinati all’alimentazione umana [….] – integrano
senz’altro l’elemento materiale del reato in esame (quello di disastro
ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro.”
Così ha scritto il Tribunale del Riesame di Taranto nell’ordinanza depositata
il 20 agosto scorso nel procedimento penale a carico dei massimi dirigenti
dell’Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è stato
consumato un reato di disastro ambientale.
Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura della Repubblica o una
qualsiasi “zitella rossa” (per dirla con un nobile foglio che, per decenza e
attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto riviste pornografiche,
più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P., ma anche un Tribunale
Collegiale.
E’ un importantissimo passaggio procedimentale. La conferma della sussistenza
di questo illecito, infatti, consolida l’ accusa nel suo punto giuridicamente
più significativo, perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in
questione è stato integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più
grave, quella prevista dal 2° comma dell’art. 434 c.p., ossia quello che prevede
il disastro e i conseguenti danni e non solo “gli atti preparatori” dello stesso
(com’è, invece, disposto dal 1° comma).
Ipotesi di reato, quella “di danno”, per la quale, infatti, è prevista una
pena decisamente più pesante (da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a
quella disposta per la fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel
caso di specie, v’è ancora di più. Da quello che si legge nell’ordinanza, in
quella martoriata città non solo si è arrivati al disastro ambientale vero e
proprio, ma si è oltrepassata ampiamente anche la soglia della mera esposizione
a pericolo del bene incolumità pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo
ampiamente, anche in questo caso, lo stadio del danno.
Quest’ultima forma di nocumento, diffusa e devastante, è costituita, com’è
facilmente intuibile, dai trenta morti annui e dalle centinaia di malati
attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in sede d’incidente
probatorio, all’inquinamento provocato dall’Ilva.
Questi “danni”, tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento
penale, giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c’è quella di
lesioni né di omicidio colposo. In pratica, quelle vittime, singolarmente
intese, in quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia.
Non è, pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che
impone di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di allargare lo
spettro delle ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare
uno autonomo incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi
(cioè sulle morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a
tutti o a parte di questi stessi indagati. E’ un gran numero di atti d’indagine
e di prova già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita
univocamente in tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che
dall’ordinanza del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue
componenti e che costituisce una pressante invocazione all’Organo investito di
quest’attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a “completare” l’ottimo
lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un
territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle
ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando
sulla sua pelle questo scellerato modo di “fare impresa”.
E la conferma più autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento
dell’azione penale la si trova ancora nel provvedimento del Riesame. Difatti,
rispondendo alla consueta eccezione difensiva dei legali degli indagati
sull’inidoneità della stima epidemiologica a far affermare il nesso causale tra
le condotte criminose contestate ai dirigenti Ilva e la verificazione del
disastro ambientale, il Tribunale le liquida come “prive di pregio”. Ma i
Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano questa parte
dell’ordinanza con un’illuminante periodo: “peraltro, a parere del Collegio, una
relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via prevalente dalla
comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con riferimento alle
morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un giudizio prossimo alla
certezza, espresso in termini di probabilità logica o credibilità razionale, in
ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni inquinanti.” Traduzione:
anche una “mera” perizia epidemiologica, se fatta bene, può esser, da sola,
sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di persone si sono
ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà che si
sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento Taranto.
E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei professori
Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro che hanno
subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i parenti di
questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti nelle zone più
esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma diversa,
danneggiati, quantomeno sotto il profilo “morale”, dal reato di disastro
ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi danni, o
costituendosi parte civile in questo processo oppure (com’è preferibile, per
evitare di intasare il giudizio di parti civili che, fatalmente, rallenterebbero
il procedimento) promuovendo un’autonoma causa civile di danno. Lo ha affermato
chiaramente la Cassazione, in varie occasioni: “Il responsabile del disastro
ambientale deve risarcire il danno morale ai residenti nell’area in quanto
soggetti a rischio: va ristorata la lesione costituita dalla paura di ammalarsi
come conseguenza del reato.” Insomma, Taranto, o almeno la parte più colpita di
essa, può finalmente costituirsi parte civile, anche formalmente in ambito
giudiziario, e presentare il conto dei danni (quando mai sia possibile
effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un emblema europeo di
inquinamento, di malattia e di morte.
Se non ora, quando?
di cibbi

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Anche gli abitanti sono più «avvelenati». Ma per Taranto il governo ha
stanziato 340 milioni, Brescia attende da anni 6 milioni, cifra assolutamente
insufficiente

Il sito Caffaro a Brescia

Il sito Caffaro a
Brescia


Ci sono mille Ilva di Taranto nel cuore di Brescia.
È la conclusione choc dello studio comparato redatto dallo storico ambientalista
Marino Ruzzenenti, che ha confrontato i dati Arpa sulle concentrazioni di
diossine e pcb presenti nell’area della più grande acciaieria d’Italia a quelle
rintracciate all’interno dell’azienda Caffaro di Brescia, che tra il 1929 e il
1984 ha prodotto 150mila tonnellate di policlorobifenili.


RISULTATI INQUIETANTI – I risultati sono a dir poco inquietanti.
L’eredità del passato industriale della Leonessa è per certi versi più pesante
del presente produttivo di Taranto. Se il picco massimo di diossine all’interno
dell’Ilva arriva a 351 nanogrammi per ogni chilo di terra, sotto la Caffaro le
diossine arrivano a 325 mila nanogrammi. La musica cambia solo qualche nota se
si prende in considerazione il territorio circostante le due aziende. A Taranto
(quartiere di Statte) le diossine arrivano a poco più di 10 nanogrammi;
nell’area inquinata del sito Caffaro (200 ettari a sud ovest di via Milano) le
concentrazioni di diossine sono trecento volte superiori. Gli inquinanti sono finiti nel sangue e nel latte materno
degli abitanti. Anche qui il raffronto è impietoso, visto che i cittadini che
vivono dentro il sito Caffaro – secondo uno studio Asl del 2008 – hanno in corpo
concentrazioni di diossine quasi dieci volte superiori a quelli che vivono nei
pressi dell’Ilva. E a Brescia come a Taranto, ci sono divieti.
VIETATO GIOCARE NEI PARCHI – Se i
media nazionali hanno focalizzato l’attenzione sui bimbi del quartiere Tamburi
di Taranto, che non possono giocare nei parchi inquinati da pcb, a Brescia è da
10 anni che 25 mila persone non possono coltivare orti o portare i bimbi al
parco. Ma purtroppo non c’è solo la Caffaro. Nel dicembre 2007 otto stalle (che
si trovavano fuori dal sito Caffaro) sono state chiuse perchè nel latte munto
dalle mucche le diossine erano troppo alte. «Le altre fonti di diossine e pcb
sono l’inceneritore e le acciaierie» spiega Ruzzenenti. Le loro emissioni sono
molto inferiori rispetto all’inquinamento dell’Ilva (e negli ultimi 2 anni sono
stati fatti passi da gigante per l’abbattimento degli inquinanti). Ma a Brescia
non c’è vento e quindi gli inquinanti restano molto di più nell’aria. Le
diossine trovate nell’aria di Brescia nell’agosto 2007 dall’Istituto Superiore
della Sanità (quindi con le acciaierie chiuse ma con l’inceneritore in funzione)
erano doppie rispetto a quelle trovate a Taranto. Quelle trovate da Arpa sul
terreno di San Polo nell’ultimo anno sono di poco inferiori a quelle rilevate
nel quartiere Tamburi nella città ionica. E sono simili le quantità del
cancerogeno benzo(a)pirene. E Brescia batte Taranto anche per le pm10: ben 104 a
Brescia (Broletto) contro i 41 del quartiere Archimede di Taranto.
FONDI INSUFFICIENTI – Eppure per
Taranto il governo ha stanziato 340 milioni per la bonifica, mentre Brescia
attende da anni 6,7 milioni promessi ma mai arrivati. Soldi del tutto
insufficienti alla bonifica. «Non si può continuare a convivere con questa
emergenza – commenta Ruzzenenti, che ha anche fatto un esposto alla Procura – e
le istituzioni devono assolutamente fare un pressing su governo e sull’Unione
Europea per chiedere fondi».

Italcementi, da lunedì stabilimento chiuso

Vibo Marina

Italcementi, da
lunedì  stabilimento chiuso

07/09/2012

Dipendenti
in cassa integrazione a zero ore e cancelli sbarrati sino al 17 quando saranno
richiamate 17 lunità e successivamente altre 14. Ieri riunione tra Rsu e Azienda
e nuovo incontro venerdì prossimo. I lavoratori: è la fine della storia
operaia.

Lunedì 10 settembre, comunque, il personale (82 lavoratori) sarà sospeso a
zero ore (cassa integrazione) e dallo stesso giorno il cementificio rimarrà
chiuso per una settimana. Riaprirà i cancelli da lunedì 17 settembre. Da questo
giorno a domenica 23 settembre, saranno chiamati 17 dipendenti i quali saranno
alle prese con la
spedizione di lavori finiti. Il tutto avverrà in un turno
giornaliero. In altre parole non è previsto alcun turno notturno. Di notte,
infatti, il cementificio rimarrà chiuso in quanto non vi sarà più il ciclo
continuo. Dal 24 settembre ai 17 lavoratori se ne aggiungeranno altri 14, per un
totale di 31 lavoratori che iniziano il turn-over. Gli elenchi dei nominativi
saranno, comunque, definiti nell’incontro in programma per venerdì prossimo 14
settembre, anche perché ci sono già alcuni lavoratori che accettano di rimanere
in cassa integrazione. E nell’incontro fra Rsu e Azienda in programma per
venerdì prossimo dovrebbe essere definito il programma dell’attività – nel senso
che per smaltire le scorte probabilmente si arriverà sino al prossimo mese di
marzo – nonchè la rotazione del personale.

http://www.gazzettadelsud.it/news/home/11749/Italcementi–da-lunedi—stabilimento-chiuso.html 

Il sindaco Mascia «Cementificio, pronti a ricorrere al Tar»

Nessun passo indietro per la giunta comunale dopo il parere
Arta favorevole al rinnovo dell’autorizzazione

Email

    di Melissa Di Sano

    PESCARA. «Abbiamo intrapreso una strada e la percorreremo fino in fondo». Il
    sindaco Luigi Albore Mascia è deciso a trovare una soluzione perché il
    cementificio di via Raiale smetta di riversare fumi e polveri sugli abitanti di
    Pescara e non solo.
    Dopo la presa di posizione della giunta comunale che ha espresso formale
    parere negativo al rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) allo
    stabilimento industriale, le prime indiscrezioni sull’esito della conferenza dei
    servizi, che dovrà decidere sul caso, parlano di una relazione dell’Arta
    favorevole al rinnovo dell’autorizzazione. Ma il sindaco non ci sta. «Non
    retrocediamo di un metro», afferma Mascia, «per la salute dei cittadini è
    impensabile continuare ad avere un cementificio nel tessuto urbano. È ora di
    dire basta, e se la conferenza dei servizi darà parere positivo, ricorreremo al
    tribunale amministrativo».
    Da quando l’impianto industriale si è insediato su via Raiale sono passati
    più di 50 anni, e le condizioni sono cambiate a tal punto che lo stesso
    Franco Gerardini, responsabile del procedimento regionale per
    l’autorizzazione, ha dichiarato che «la presenza del cementificio è
    incompatibile col tessuto urbano», ciò nonostante, «se rispetta le norme sulle
    emissioni nell’aria, l’autorizzazione all’esercizio va rinnovata». Un caso che
    accende l’attenzione dell’intera cittadinanza, che da anni chiede la
    delocalizzazione del sito industriale, le cui polveri ricadono anche su
    Spoltore.
    Il colosso industriale, di proprietà della romana Sacci spa, questa volta non
    si è limitato a chiedere il rinnovo dell’autorizzazione di esercizio (che scade
    ogni 5 anni), ma ha anche richiesto una modifica. Si tratta della possibilità di
    bruciare, oltre ai rifiuti “non pericolosi”, anche quelli appartenenti alla
    categoria “pericolosi”. Per l’Arta si tratterebbe di «modifiche non
    sostanziali», quindi accettabili.
    Sale così, tra i cittadini della zona, la paura e l’esasperazione per una
    condizione che soffrono da tempo. E sale anche la polemica politica.
    Dopo le dichiarazioni del Pd, secondo cui «nel 2007, con la giunta D’Alfonso,
    l’argomento delocalizzazione viene inserito in un documento a firma congiunta
    tra le parti», arriva la risposta dell’assessore all’Ambiente Isabella Del
    Trecco e del capogruppo Pdl Armando Foschi. «Il Pd ha perso la
    memoria, che provvediamo subito a rinfrescare tirando fuori vecchi accordi e
    documenti», affermano, «l’8 maggio 2007, l’ex amministrazione di centrosinistra
    stipulò un accordo con l’azienda La Farge Adriasebina, ex proprietaria dello
    stabilimento, con la quale ha impegnato l’azienda stessa a versare al Comune
    150mila euro l’anno per 15 anni, un accordo nel quale la vecchia amministrazione
    prendeva atto “degli effetti favorevoli della vasta integrazione dello
    stabilimento industriale, nonché del valore occupazionale, generato da attività
    e presenza della La Farge”, considerandoli “utili per il tessuto sociale della
    città in quanto contribuiscono allo sviluppo di vasta area, nonché patrimonio
    relazionale da valorizzare”. Il Pd e la vecchia amministrazione non hanno mai
    tentato di delocalizzare lo stabilimento dalla città, anzi si sono espressi a
    favore della sua permanenza nel territorio, tanto da aver dato parere favorevole
    al precedente rinnovo dell’autorizzazione».

    http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2012/09/07/news/il-sindaco-mascia-cementificio-pronti-a-ricorrere-al-tar-1.5659330 



    Italcementi, da lunedì stabilimento chiuso

    Vibo Marina

    Italcementi, da
    lunedì  stabilimento chiuso

    07/09/2012

    Dipendenti
    in cassa integrazione a zero ore e cancelli sbarrati sino al 17 quando saranno
    richiamate 17 lunità e successivamente altre 14. Ieri riunione tra Rsu e Azienda
    e nuovo incontro venerdì prossimo. I lavoratori: è la fine della storia
    operaia.

    Lunedì 10 settembre, comunque, il personale (82 lavoratori) sarà sospeso a
    zero ore (cassa integrazione) e dallo stesso giorno il cementificio rimarrà
    chiuso per una settimana. Riaprirà i cancelli da lunedì 17 settembre. Da questo
    giorno a domenica 23 settembre, saranno chiamati 17 dipendenti i quali saranno
    alle prese con la
    spedizione di lavori finiti. Il tutto avverrà in un turno
    giornaliero. In altre parole non è previsto alcun turno notturno. Di notte,
    infatti, il cementificio rimarrà chiuso in quanto non vi sarà più il ciclo
    continuo. Dal 24 settembre ai 17 lavoratori se ne aggiungeranno altri 14, per un
    totale di 31 lavoratori che iniziano il turn-over. Gli elenchi dei nominativi
    saranno, comunque, definiti nell’incontro in programma per venerdì prossimo 14
    settembre, anche perché ci sono già alcuni lavoratori che accettano di rimanere
    in cassa integrazione. E nell’incontro fra Rsu e Azienda in programma per
    venerdì prossimo dovrebbe essere definito il programma dell’attività – nel senso
    che per smaltire le scorte probabilmente si arriverà sino al prossimo mese di
    marzo – nonchè la rotazione del personale.

    http://www.gazzettadelsud.it/news/home/11749/Italcementi–da-lunedi—stabilimento-chiuso.html 

    Ilva, Altamarea a Monti: “Vecchia Aia illegittima, ritirarla in toto”

    Nuova Aia dell’Ilva: le migliori
    tecnologie anti inquinamento. Migliori rispetto a cosa?

     
     
      
    E’ in preparazione la nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale)
    dell’Ilva di Taranto. La domanda da un milione di dollari, quella da
    cui dipendono il futuro di Taranto e della stessa Ilva è: quanto costa risanare gli impianti, saranno sufficienti i
    143 milioni promessi dal presidente
    Ferrante e di fronte ai quali i politici fanno la ola?
    I dati i Peacelink, che mettono a confronto le
    emissioni dell’Ilva con quelle risultanti dall’applicazione delle migliori tecnologie disponibili per abbattere
    l’inquinamento, aiutano a misurare la distanza fra l’acciaieria di Taranto e la
    migliore delle acciaierie possibili. L’abisso è colmabile – dice Peacelink – al
    prezzo di tre miliardi.
    In effetti la legge italiana prescrive che l’Aia imponga di adottare le
    migliori tecnologie. Ma il punto è: “migliori” rispetto a cosa?
    Già nel 2011 l’Ilva ha ricevuto un’Aia basata proprio
    sul principio delle migliori tecnologie anti inquinamento disponibili.
    Ora “la magistratura ha smontato pezzo per pezzo” l’Aia del 2011,
    come dice il presidente di Peacelink, e c’è la necessità di redigerne una
    nuova.
    La legge che regola il rilascio dell’Aia è il
    decreto legislativo 59/2005. In ogni
    suo punto prescrive di usare le “migliori tecnologie disponibili” per
    minimizzare l’inquinamento.
    Però all’articolo 2 dice che esse devono essere applicabili “in
    condizioni economicamente e
    tecnicamente valide”. Quell’ “economicamente” lascia la porta aperta a molte
    cose. All’articolo 8, invece, si
    legge in sostanza che in determinate aree particolarmente critiche l’autorità
    competente (essenzialmente il ministero dell’Ambiente) può prescrivere Aia ancor
    più rigorose. In questo caso, implicito ma ovvio, l’ “economicamente valide”
    non conta più.
    Secondo i calcoli di Peacelink, con un’Aia che tenesse conto delle
    migliori tecnologie disponibili (dunque senza l’ “economicamente valide”),
    all’Ilva
    per le sole polveri, la fase di cokefazione dovrebbe avere valori emissivi 70
    volte inferiori (da 70 g/t a 1 g/t), il camino E312 per la sinterizzazione
    dovrebbe attenersi a emissioni 25 volte inferiori (da 85,5 kg/h a 3,4),
    l’altoforno in fase di caricamento dovrebbe inquinare 14 volte di meno (da 29,8
    g/t a 2,1), il colaggio ghisa e loppa dovrebbe impattare 95 volte di meno
    sull’ambiente (da 40,1 g/t a 0,4) e l’acciaieria sarebbe obbligata a ridurre le
    emissioni di 15 volte (da 218 g/t a 14)
    Se ci si mette in quest’ottica, secondo Peacelink
    È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto
    che l’Ilva di Taranto possa ottenere l’autorizzazione Aia
    Già: ma la commissione Aia vorrà mettersi in quest’ottica? Peacelink
    dice che, a domanda, il presidente della commissione ha risposto in termini
    assimilabili al comportamento di un’anguilla.
    Per cui, quando leggete che l’Aia imporrà all’Ilva
    “le migliori tecnologie” per minimizzare l’inquinamento, non fateci caso. Il punto è: “migliori”
    rispetto a cosa?

    Sul Corriere del Mezzogiorno Ilva, arriva la commissione Aia


    Il decreto legislativo n.59 del 2005
    che regola il rilascio dell’Aia