Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile

Gli sviluppi giudiziari del caso dell’Ilva di Taranto permettono ai tarantini
colpiti dalle conseguenze dell’inquinamento di costituirsi parte civile o di
promuovere causa civile autonoma per chiedere il risarcimento del danno.
Pubblichiamo il commento di uno degli avvocati che, attraverso il comitato
salute di Brindisi, si è preso a cuore la questione.

Ilva: Taranto può costituirsi parte civile


 Ecco la nota dell’avvocato Stefano Palmisano:


“Le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di
Taranto – che hanno determinato la continua e costante dispersione nell’aria
ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata
grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e
continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi
innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella
popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi
e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di
terreni ed acque ed animali destinati all’alimentazione umana [….] – integrano
senz’altro l’elemento materiale del reato in esame (quello di disastro
ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro.”
Così ha scritto il Tribunale del Riesame di Taranto nell’ordinanza depositata
il 20 agosto scorso nel procedimento penale a carico dei massimi dirigenti
dell’Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è stato
consumato un reato di disastro ambientale.
Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura della Repubblica o una
qualsiasi “zitella rossa” (per dirla con un nobile foglio che, per decenza e
attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto riviste pornografiche,
più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P., ma anche un Tribunale
Collegiale.
E’ un importantissimo passaggio procedimentale. La conferma della sussistenza
di questo illecito, infatti, consolida l’ accusa nel suo punto giuridicamente
più significativo, perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in
questione è stato integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più
grave, quella prevista dal 2° comma dell’art. 434 c.p., ossia quello che prevede
il disastro e i conseguenti danni e non solo “gli atti preparatori” dello stesso
(com’è, invece, disposto dal 1° comma).
Ipotesi di reato, quella “di danno”, per la quale, infatti, è prevista una
pena decisamente più pesante (da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a
quella disposta per la fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel
caso di specie, v’è ancora di più. Da quello che si legge nell’ordinanza, in
quella martoriata città non solo si è arrivati al disastro ambientale vero e
proprio, ma si è oltrepassata ampiamente anche la soglia della mera esposizione
a pericolo del bene incolumità pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo
ampiamente, anche in questo caso, lo stadio del danno.
Quest’ultima forma di nocumento, diffusa e devastante, è costituita, com’è
facilmente intuibile, dai trenta morti annui e dalle centinaia di malati
attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in sede d’incidente
probatorio, all’inquinamento provocato dall’Ilva.
Questi “danni”, tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento
penale, giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c’è quella di
lesioni né di omicidio colposo. In pratica, quelle vittime, singolarmente
intese, in quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia.
Non è, pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che
impone di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di allargare lo
spettro delle ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare
uno autonomo incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi
(cioè sulle morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a
tutti o a parte di questi stessi indagati. E’ un gran numero di atti d’indagine
e di prova già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita
univocamente in tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che
dall’ordinanza del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue
componenti e che costituisce una pressante invocazione all’Organo investito di
quest’attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a “completare” l’ottimo
lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un
territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle
ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando
sulla sua pelle questo scellerato modo di “fare impresa”.
E la conferma più autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento
dell’azione penale la si trova ancora nel provvedimento del Riesame. Difatti,
rispondendo alla consueta eccezione difensiva dei legali degli indagati
sull’inidoneità della stima epidemiologica a far affermare il nesso causale tra
le condotte criminose contestate ai dirigenti Ilva e la verificazione del
disastro ambientale, il Tribunale le liquida come “prive di pregio”. Ma i
Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano questa parte
dell’ordinanza con un’illuminante periodo: “peraltro, a parere del Collegio, una
relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via prevalente dalla
comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con riferimento alle
morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un giudizio prossimo alla
certezza, espresso in termini di probabilità logica o credibilità razionale, in
ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni inquinanti.” Traduzione:
anche una “mera” perizia epidemiologica, se fatta bene, può esser, da sola,
sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di persone si sono
ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà che si
sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento Taranto.
E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei professori
Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro che hanno
subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i parenti di
questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti nelle zone più
esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma diversa,
danneggiati, quantomeno sotto il profilo “morale”, dal reato di disastro
ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi danni, o
costituendosi parte civile in questo processo oppure (com’è preferibile, per
evitare di intasare il giudizio di parti civili che, fatalmente, rallenterebbero
il procedimento) promuovendo un’autonoma causa civile di danno. Lo ha affermato
chiaramente la Cassazione, in varie occasioni: “Il responsabile del disastro
ambientale deve risarcire il danno morale ai residenti nell’area in quanto
soggetti a rischio: va ristorata la lesione costituita dalla paura di ammalarsi
come conseguenza del reato.” Insomma, Taranto, o almeno la parte più colpita di
essa, può finalmente costituirsi parte civile, anche formalmente in ambito
giudiziario, e presentare il conto dei danni (quando mai sia possibile
effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un emblema europeo di
inquinamento, di malattia e di morte.
Se non ora, quando?
di cibbi

Annunci

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Caffaro ,diossine mille volte più alte dell’Ilva

Anche gli abitanti sono più «avvelenati». Ma per Taranto il governo ha
stanziato 340 milioni, Brescia attende da anni 6 milioni, cifra assolutamente
insufficiente

Il sito Caffaro a Brescia

Il sito Caffaro a
Brescia


Ci sono mille Ilva di Taranto nel cuore di Brescia.
È la conclusione choc dello studio comparato redatto dallo storico ambientalista
Marino Ruzzenenti, che ha confrontato i dati Arpa sulle concentrazioni di
diossine e pcb presenti nell’area della più grande acciaieria d’Italia a quelle
rintracciate all’interno dell’azienda Caffaro di Brescia, che tra il 1929 e il
1984 ha prodotto 150mila tonnellate di policlorobifenili.


RISULTATI INQUIETANTI – I risultati sono a dir poco inquietanti.
L’eredità del passato industriale della Leonessa è per certi versi più pesante
del presente produttivo di Taranto. Se il picco massimo di diossine all’interno
dell’Ilva arriva a 351 nanogrammi per ogni chilo di terra, sotto la Caffaro le
diossine arrivano a 325 mila nanogrammi. La musica cambia solo qualche nota se
si prende in considerazione il territorio circostante le due aziende. A Taranto
(quartiere di Statte) le diossine arrivano a poco più di 10 nanogrammi;
nell’area inquinata del sito Caffaro (200 ettari a sud ovest di via Milano) le
concentrazioni di diossine sono trecento volte superiori. Gli inquinanti sono finiti nel sangue e nel latte materno
degli abitanti. Anche qui il raffronto è impietoso, visto che i cittadini che
vivono dentro il sito Caffaro – secondo uno studio Asl del 2008 – hanno in corpo
concentrazioni di diossine quasi dieci volte superiori a quelli che vivono nei
pressi dell’Ilva. E a Brescia come a Taranto, ci sono divieti.
VIETATO GIOCARE NEI PARCHI – Se i
media nazionali hanno focalizzato l’attenzione sui bimbi del quartiere Tamburi
di Taranto, che non possono giocare nei parchi inquinati da pcb, a Brescia è da
10 anni che 25 mila persone non possono coltivare orti o portare i bimbi al
parco. Ma purtroppo non c’è solo la Caffaro. Nel dicembre 2007 otto stalle (che
si trovavano fuori dal sito Caffaro) sono state chiuse perchè nel latte munto
dalle mucche le diossine erano troppo alte. «Le altre fonti di diossine e pcb
sono l’inceneritore e le acciaierie» spiega Ruzzenenti. Le loro emissioni sono
molto inferiori rispetto all’inquinamento dell’Ilva (e negli ultimi 2 anni sono
stati fatti passi da gigante per l’abbattimento degli inquinanti). Ma a Brescia
non c’è vento e quindi gli inquinanti restano molto di più nell’aria. Le
diossine trovate nell’aria di Brescia nell’agosto 2007 dall’Istituto Superiore
della Sanità (quindi con le acciaierie chiuse ma con l’inceneritore in funzione)
erano doppie rispetto a quelle trovate a Taranto. Quelle trovate da Arpa sul
terreno di San Polo nell’ultimo anno sono di poco inferiori a quelle rilevate
nel quartiere Tamburi nella città ionica. E sono simili le quantità del
cancerogeno benzo(a)pirene. E Brescia batte Taranto anche per le pm10: ben 104 a
Brescia (Broletto) contro i 41 del quartiere Archimede di Taranto.
FONDI INSUFFICIENTI – Eppure per
Taranto il governo ha stanziato 340 milioni per la bonifica, mentre Brescia
attende da anni 6,7 milioni promessi ma mai arrivati. Soldi del tutto
insufficienti alla bonifica. «Non si può continuare a convivere con questa
emergenza – commenta Ruzzenenti, che ha anche fatto un esposto alla Procura – e
le istituzioni devono assolutamente fare un pressing su governo e sull’Unione
Europea per chiedere fondi».

Italcementi, da lunedì stabilimento chiuso

Vibo Marina

Italcementi, da
lunedì  stabilimento chiuso

07/09/2012

Dipendenti
in cassa integrazione a zero ore e cancelli sbarrati sino al 17 quando saranno
richiamate 17 lunità e successivamente altre 14. Ieri riunione tra Rsu e Azienda
e nuovo incontro venerdì prossimo. I lavoratori: è la fine della storia
operaia.

Lunedì 10 settembre, comunque, il personale (82 lavoratori) sarà sospeso a
zero ore (cassa integrazione) e dallo stesso giorno il cementificio rimarrà
chiuso per una settimana. Riaprirà i cancelli da lunedì 17 settembre. Da questo
giorno a domenica 23 settembre, saranno chiamati 17 dipendenti i quali saranno
alle prese con la
spedizione di lavori finiti. Il tutto avverrà in un turno
giornaliero. In altre parole non è previsto alcun turno notturno. Di notte,
infatti, il cementificio rimarrà chiuso in quanto non vi sarà più il ciclo
continuo. Dal 24 settembre ai 17 lavoratori se ne aggiungeranno altri 14, per un
totale di 31 lavoratori che iniziano il turn-over. Gli elenchi dei nominativi
saranno, comunque, definiti nell’incontro in programma per venerdì prossimo 14
settembre, anche perché ci sono già alcuni lavoratori che accettano di rimanere
in cassa integrazione. E nell’incontro fra Rsu e Azienda in programma per
venerdì prossimo dovrebbe essere definito il programma dell’attività – nel senso
che per smaltire le scorte probabilmente si arriverà sino al prossimo mese di
marzo – nonchè la rotazione del personale.

http://www.gazzettadelsud.it/news/home/11749/Italcementi–da-lunedi—stabilimento-chiuso.html 

Il sindaco Mascia «Cementificio, pronti a ricorrere al Tar»

Nessun passo indietro per la giunta comunale dopo il parere
Arta favorevole al rinnovo dell’autorizzazione

Email

    di Melissa Di Sano

    PESCARA. «Abbiamo intrapreso una strada e la percorreremo fino in fondo». Il
    sindaco Luigi Albore Mascia è deciso a trovare una soluzione perché il
    cementificio di via Raiale smetta di riversare fumi e polveri sugli abitanti di
    Pescara e non solo.
    Dopo la presa di posizione della giunta comunale che ha espresso formale
    parere negativo al rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) allo
    stabilimento industriale, le prime indiscrezioni sull’esito della conferenza dei
    servizi, che dovrà decidere sul caso, parlano di una relazione dell’Arta
    favorevole al rinnovo dell’autorizzazione. Ma il sindaco non ci sta. «Non
    retrocediamo di un metro», afferma Mascia, «per la salute dei cittadini è
    impensabile continuare ad avere un cementificio nel tessuto urbano. È ora di
    dire basta, e se la conferenza dei servizi darà parere positivo, ricorreremo al
    tribunale amministrativo».
    Da quando l’impianto industriale si è insediato su via Raiale sono passati
    più di 50 anni, e le condizioni sono cambiate a tal punto che lo stesso
    Franco Gerardini, responsabile del procedimento regionale per
    l’autorizzazione, ha dichiarato che «la presenza del cementificio è
    incompatibile col tessuto urbano», ciò nonostante, «se rispetta le norme sulle
    emissioni nell’aria, l’autorizzazione all’esercizio va rinnovata». Un caso che
    accende l’attenzione dell’intera cittadinanza, che da anni chiede la
    delocalizzazione del sito industriale, le cui polveri ricadono anche su
    Spoltore.
    Il colosso industriale, di proprietà della romana Sacci spa, questa volta non
    si è limitato a chiedere il rinnovo dell’autorizzazione di esercizio (che scade
    ogni 5 anni), ma ha anche richiesto una modifica. Si tratta della possibilità di
    bruciare, oltre ai rifiuti “non pericolosi”, anche quelli appartenenti alla
    categoria “pericolosi”. Per l’Arta si tratterebbe di «modifiche non
    sostanziali», quindi accettabili.
    Sale così, tra i cittadini della zona, la paura e l’esasperazione per una
    condizione che soffrono da tempo. E sale anche la polemica politica.
    Dopo le dichiarazioni del Pd, secondo cui «nel 2007, con la giunta D’Alfonso,
    l’argomento delocalizzazione viene inserito in un documento a firma congiunta
    tra le parti», arriva la risposta dell’assessore all’Ambiente Isabella Del
    Trecco e del capogruppo Pdl Armando Foschi. «Il Pd ha perso la
    memoria, che provvediamo subito a rinfrescare tirando fuori vecchi accordi e
    documenti», affermano, «l’8 maggio 2007, l’ex amministrazione di centrosinistra
    stipulò un accordo con l’azienda La Farge Adriasebina, ex proprietaria dello
    stabilimento, con la quale ha impegnato l’azienda stessa a versare al Comune
    150mila euro l’anno per 15 anni, un accordo nel quale la vecchia amministrazione
    prendeva atto “degli effetti favorevoli della vasta integrazione dello
    stabilimento industriale, nonché del valore occupazionale, generato da attività
    e presenza della La Farge”, considerandoli “utili per il tessuto sociale della
    città in quanto contribuiscono allo sviluppo di vasta area, nonché patrimonio
    relazionale da valorizzare”. Il Pd e la vecchia amministrazione non hanno mai
    tentato di delocalizzare lo stabilimento dalla città, anzi si sono espressi a
    favore della sua permanenza nel territorio, tanto da aver dato parere favorevole
    al precedente rinnovo dell’autorizzazione».

    http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2012/09/07/news/il-sindaco-mascia-cementificio-pronti-a-ricorrere-al-tar-1.5659330 



    Italcementi, da lunedì stabilimento chiuso

    Vibo Marina

    Italcementi, da
    lunedì  stabilimento chiuso

    07/09/2012

    Dipendenti
    in cassa integrazione a zero ore e cancelli sbarrati sino al 17 quando saranno
    richiamate 17 lunità e successivamente altre 14. Ieri riunione tra Rsu e Azienda
    e nuovo incontro venerdì prossimo. I lavoratori: è la fine della storia
    operaia.

    Lunedì 10 settembre, comunque, il personale (82 lavoratori) sarà sospeso a
    zero ore (cassa integrazione) e dallo stesso giorno il cementificio rimarrà
    chiuso per una settimana. Riaprirà i cancelli da lunedì 17 settembre. Da questo
    giorno a domenica 23 settembre, saranno chiamati 17 dipendenti i quali saranno
    alle prese con la
    spedizione di lavori finiti. Il tutto avverrà in un turno
    giornaliero. In altre parole non è previsto alcun turno notturno. Di notte,
    infatti, il cementificio rimarrà chiuso in quanto non vi sarà più il ciclo
    continuo. Dal 24 settembre ai 17 lavoratori se ne aggiungeranno altri 14, per un
    totale di 31 lavoratori che iniziano il turn-over. Gli elenchi dei nominativi
    saranno, comunque, definiti nell’incontro in programma per venerdì prossimo 14
    settembre, anche perché ci sono già alcuni lavoratori che accettano di rimanere
    in cassa integrazione. E nell’incontro fra Rsu e Azienda in programma per
    venerdì prossimo dovrebbe essere definito il programma dell’attività – nel senso
    che per smaltire le scorte probabilmente si arriverà sino al prossimo mese di
    marzo – nonchè la rotazione del personale.

    http://www.gazzettadelsud.it/news/home/11749/Italcementi–da-lunedi—stabilimento-chiuso.html 

    TARANTO PARTE CIVILE

    TARANTO PARTE CIVILE di
    Stefano Palmisano

      “Le
    concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell’Ilva di
    Taranto – che hanno determinato la continua e costante dispersione nell’aria
    ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata
    grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e
    continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi
    innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella
    popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi
    e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di
    terreni ed acque ed animali destinati all’alimentazione umana [….] – integrano
    senz’altro l’elemento materiale del reato in esame (quello di disastro
    ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro.” 

    Così il Tribunale del Riesame di Taranto nella nota
    ordinanza depositata (il 20\8 u.s.) nel procedimento penale a carico dei massimi
    dirigenti dell’Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è
    stato consumato un reato di disastro ambientale.
     Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura
    della Repubblica o una qualsiasi “zitella rossa” (per dirla con un nobile foglio
    che, per decenza e attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto
    riviste pornografiche, più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P.,
    ma anche un Tribunale Collegiale. E’ un importantissimo passaggio
    procedimentale.
     La conferma della sussistenza di questo illecito,
    infatti, consolida l’ accusa nel suo punto giuridicamente più significativo,
    perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in questione è stato
    integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più grave, quella prevista
    dal 2° comma dell’art. 434 c.p., ossia quello che prevede il disastro e i
    conseguenti danni e non solo “gli atti preparatori” dello stesso (com’è, invece,
    disposto dal 1° comma). 

    Ipotesi di reato, quella
    “di danno”, per la quale, infatti, è prevista una pena decisamente più pesante
    (da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a quella disposta per la
    fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel caso di specie, v’è ancora
    di più. Da quello che si legge nell’ordinanza, in quella martoriata città non
    solo si è arrivati al disastro ambientale vero e proprio, ma si è oltrepassata
    ampiamente anche la soglia della mera esposizione a pericolo del bene incolumità
    pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo ampiamente, anche in questo
    caso, lo stadio del danno. Quest’ultima forma di nocumento, diffusa e
    devastante, è costituita, com’è facilmente intuibile, dai trenta morti annui e
    dalle centinaia di malati attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in
    sede d’incidente probatorio, all’inquinamento provocato dall’Ilva. Questi
    “danni”, tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento penale,
    giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c’è quella di lesioni né
    di omicidio colposo. 

    In pratica, quelle vittime, singolarmente intese, in
    quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia. Non è,
    pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che impone
    di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di allargare lo spettro delle
    ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare uno autonomo
    incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi (cioè sulle
    morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a tutti o a
    parte di questi stessi indagati. E’ un gran numero di atti d’indagine e di prova
    già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita univocamente in
    tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che dall’ordinanza
    del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue componenti e che
    costituisce una pressante invocazione all’Organo investito di
    quest’attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a “completare” l’ottimo
    lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un
    territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle
    ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando
    sulla sua pelle questo scellerato modo di “fare impresa”. E la conferma più
    autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento dell’azione penale
    la si trova ancora nel provvedimento del Riesame.

    Difatti, rispondendo alla consueta, vieta, eccezione
    difensiva dei legali degli indagati sull’inidoneità della stima epidemiologica a
    far affermare il nesso causale tra le condotte criminose contestate ai dirigenti
    Ilva e la verificazione del disastro ambientale, il Tribunale le liquida come
    “prive di pregio”. Ma i Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano
    questa parte dell’ordinanza con un’illuminante periodo: “peraltro, a parere del
    Collegio, una relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via
    prevalente dalla comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con
    riferimento alle morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un
    giudizio prossimo alla certezza, espresso in termini di probabilità logica o
    credibilità razionale, in ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni
    inquinanti.” Traduzione: anche una “mera” perizia epidemiologica, se fatta bene,
    può esser, da sola, sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di
    persone si sono ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà
    che si sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento
    Taranto. 

    E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei
    professori Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro
    che hanno subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i
    parenti di questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti
    nelle zone più esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma
    diversa, danneggiati, quantomeno sotto il profilo “morale”, dal reato di
    disastro ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi
    danni, o costituendosi parte civile in questo processo oppure (com’è
    preferibile, per evitare di intasare il giudizio di parti civili che,
    fatalmente, rallenterebbero il procedimento) promuovendo un’autonoma causa
    civile di danno. Lo ha affermato chiaramente la Cassazione, in varie occasioni:
    “Il responsabile del disastro ambientale deve risarcire il danno morale ai
    residenti nell’area in quanto soggetti a rischio: va ristorata la lesione
    costituita dalla paura di ammalarsi come conseguenza del reato.” Insomma,
    Taranto, o almeno la parte più colpita di essa, può finalmente costituirsi parte
    civile, anche formalmente in ambito giudiziario, e presentare il conto dei danni
    (quando mai sia possibile effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un
    emblema europeo di inquinamento, di malattia e di morte.
    Se non ora, quando?
    Fasano, 30\8\2012
    Stefano Palmisano  

    Listen to this page using ReadSpeaker

    Emissioni, l’inquietudine dell’Arpa

    di
    DOMENICO PALMIOTTI

    TARANTO – L’ex direttore dello
    stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso, si era opposto all’installazione di
    nuove centraline per controllare l’inquinamento. «Figuriamoci se ce le facciamo
    mettere in casa» aveva detto, stando a quello che emerge nelle intercettazioni
    che sono nell’inchiesta giudiziaria sull’Ilva. Bruno Ferrante, presidente del
    cda dell’azienda dal 10 luglio e da martedì scorso anche custode-amministratore
    per le aree sequestrate dalla Magistratura, non solo le ha accettate ma ha detto
    sì anche al loro potenziamento. Le nuove centraline da installare lungo il
    perimetro del siderurgico dovevano infatti essere quattro, stando all’accordo
    che Ilva, Arpa e Regione avevano raggiunto nel tavolo tecnico a Bari del 6
    agosto. Ieri però, in un incontro tra Arpa e Ilva, quest’ultima ha deciso di
    portarle a sei. Certo, l’azienda oggi non è più nelle condizioni di sottrarsi
    alle verifiche, ma l’incremento delle centraline è comunque un dato di
    fatto. 



    «Abbiamo concordato sia l’ubicazione che la loro specificità –
    afferma Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia -. Le centraline
    terranno sotto controllo una serie di inquinanti tra cui il Pm10, il
    benzoapirene e i metalli». Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla
    cokeria verso le case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. «Su
    questa direttrice – dice Assennato – avremo in tutto quattro centraline,
    compresa quella già attiva in via Macchiavelli». Gli altri quattro impianti
    verranno invece installati ai quattro punti cardinali del siderurgico.
    «Trascorreranno i tempi tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè
    le centraline saranno in funzione» dice Assennato, che si dichiara «soddisfatto»
    per l’intesa trovata con l’Ilva. Oltre ad abbattere l’inquinamento, dobbiamo
    rafforzare i monitoraggi ambientali per dare il senso di un’azienda che ha
    cambiato registro e vuole essere trasparente nel rapporto con le pubbliche
    amministrazioni e i cittadini, aveva detto giorni fa lo stesso presidente
    Ferrante. 
    Di qui, l’accordo con i custodi giudiziali per installare,
    nelle aree sequestrate, le telecamere di videosorveglianza e tenere
    sott’osservazione, nelle 24 ore, quello che accade nell’Ilva e quindi anche
    emissioni anomale e incontrollate. Ieri il secondo passo con le nuove
    centraline. «Invito a rileggersi le nostre relazioni chi dice che l’Arpa solo
    adesso è diventata rigorosa sull’Ilva – afferma Assennato -. Abbiamo sempre
    detto che si sono fatti passi avanti sulla diossina grazie anche alla legge
    regionale, ma che benzoapirene e Pm10, le polveri sottili, restavano e restano
    due criticità da affrontare». 
    Sulle polveri, per esempio, l’Arpa insiste nel
    chiedere (e lo ha fatto anche in sede di riesame dell’Autorizzazione integrata
    ambientale all’Ilva) che si coprano i parchi minerali del siderurgico. «E’
    questo l’unico sito pugliese – rileva Assennato – dove le polveri sospese,
    proprio perchè sono tante, diventano ancor più sospese quando ci sono
    particolari condizioni di vento. L’Ilva ci dice che i parchi sono troppo grandi
    per essere coperti? Beh, ce lo dimostrino tecnicamente, dopodichè, se questo
    davvero non si rivelerà possibile, bisognerà studiare e trovare altre soluzioni,
    partendo da un notevole abbassamento, parliamo di almeno del 20 per cento,
    dell’altezza dei cumuli delle materie prime». 
    Assennato evidenzia
    l’emergenza dei parchi minerali perchè il 27 agosto, giornata di vento forte, i
    valori di Pm10 hanno fatto il botto e a soffrine è stato, come sempre, il rione
    Tamburi. «Con le polveri siamo a 35 superamenti a fine agosto. Di questo passo a
    fine anno saremo certamente a quota 50» afferma Assennato. E si è verificato lo
    stesso anche per il benzoapirene? «Per il benzoapirene – dice il direttore
    generale dell’Arpa – non c’è lo stesso rilevamento che si fa per le polveri. Si
    effettua un monitoraggio attraverso una serie di filtri in un certo numero di
    giorni a campione. I diversi filtri vengono poi uniti e da qui si estrae il
    risultato. Bisogna vedere se quel giorno di vento intenso era uno di quelli
    soggetti a campionamento, fermo restando che nell’ambito di una rilevazione
    mensile i valori poi si diluiscono. Non così, invece, per le polveri, dove ogni
    due ore c’è un sensore che scatta e io posso leggere i risultati anche sul mio
    cellulare». 
    Ieri, infine, è terminato il primo step di lavoro della
    commissione tecnica incaricata di predisporre la nuova Aia dell’Ilva. I tecnici
    torneranno il 3 settembre. «Il cronoprogramma è serrato e si va avanti a tappe
    forzate – osserva Assennato -. Poichè si sa come intervenire, occorre buona
    volontà e impegno da parte di tutti».


    Ilva, al via missione nuova Aia. Ferrante
    reintegrato tra i custodi

    Bruno Ferrante - Presidente IlvaIl presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, è stato
    reintegrato dal Tribunale del Riesame di Taranto tra i custodi giudiziari,
    nell’ambito del procedimento sul sequestro di sei impianti dell’area a caldo
    dell’acciaieria tarantina. Le motivazioni saranno rese note nei prossimi giorni,
    ma di fatto i giudici del Riesame hanno dichiarato “l’inefficacia dei decreti
    emessi dal gip Todisco il 10 e 11 agosto scorsi, con cui veniva revocata la
    nomina a custode di Ferrante”. Nominato tra i custodi giudiziari il 7 agosto
    scorso, il presidente dell’Ilva ne era stato escluso quattro giorni dopo, per
    decisione del gip Todisco. “Dobbiamo dimostrare a Taranto che è possibile
    coniugare salute e lavoro”. Così Ferrante ha voluto replicare ai dubbi degli
    ambientalisti sulla possibilità che l’Ilva ottenga la nuova Aia. Intanto, è
    partito il lavoro della Commissione ministeriale incaricata di riesaminare
    l’Autorizzazione integrata ambientale sotto accusa, quella rilasciata all’Ilva
    il 4 agosto dell’anno scorso. I tecnici, coordinati da Carla Sepe, hanno
    affrontato le criticità delle cokerie, uno dei sei reparti dell’area a caldo del
    siderurgico tarantino sequestrati nell’ambito dell’inchiesta per disastro
    ambientale. Domani, invece, la Commissione si occuperà dell’impianto di
    agglomerazione. Gli 8 componenti del gruppo istruttore sono supportati da altri
    12 esperti dei ministeri di Ambiente e Sviluppo economico, del Cnr,
    dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e
    del’Istituto superiore di sanità.
    La relazione istruttoria dovrà essere sul
    tavolo del ministro dell’Ambiente per fine settembre. Lo stesso Clini tornerà a
    Taranto 14 settembre, per fare il punto sullo stato dei lavori e incontrare le
    associazioni che hanno chiesto di essere coinvolte. Il 15 ottobre, invece, è
    prevista la Conferenza dei servizi che dovrebbe rilasciare la nuova
    autorizzazione.
    Sul caso Ilva, il ministro Clini e il suo collega per lo
    Sviluppo economico, Passera, riferiranno all’Aula del Senato il prossimo 5
    settembre.
    Intanto, una buona notizia arriva da Bruxelles: L’Ue ha elaborato
    un piano a sostegno dell’acciaio in Europa. Sono pronti incentivi per sostenere
    il settore delle costruzioni e dell’auto, principali clienti dell’industria
    siderurgica, con l’aiuto della Banca Europea degli Investimenti: l’annuncio è di
    Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea responsabile per
    industria e imprenditoria. 


    Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di
    Taranto


    Confermati dall’Ilva di Taranto gli impegni richiesti dalla regione
    Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto. In particolare saranno sei, e non
    più quattro, le nuove centraline di monitoraggio dell’aria, inoltre sarà
    operativo per settembre il monitoraggio continuo delle diossine al camino E312.
    Per il 14 settembre convocato a Bari un tavolo istituzionale

    venerdì 31 agosto 2012 20:39

    Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di Taranto

    L’Ilva di Taranto ha accettato le richieste avanzate dalla regione Puglia, e
    discusse dall’Arpa Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto 2012. Tra le
    novità il monitoraggio in continuo delle diossine operativo per
    settembre e l’ubicazione di sei, e non più quattro, centraline della
    qualità dell’aria poste lungo il perimetro dell’area industriale di
    Taranto. “Abbiamo concordato – ha spiegato Giorgio Assennato,
    direttore generale di Arpa Puglia ai giornali – sia l’ubicazione che la loro
    specificità. Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla cokeria verso le
    case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. Su questa direttrice –
    ha poi detto Assennato – avremo in tutto quattro centraline, compresa quella già
    attiva in via Macchiavelli. Gli altri quattro impianti verranno invece
    installati ai quattro punti cardinali del siderurgico. Trascorreranno i tempi
    tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè le centraline saranno in
    funzione”.

    Soddisfatto anche l’Assessore alla Qualità dell’Ambiente
    Lorenzo Nicastro. “Il tavolo tecnico tra Arpa Puglia e Ilva si
    è concluso ieri sera con la conferma degli impegni presi dall’azienda
    nell’incontro presso la Regione Puglia del 6 agosto scorso rispetto alla
    necessità del monitoraggio in continuo delle diossine al camino E312 che sarà
    operativo entro settembre e in relazione al monitoraggio della qualità dell’aria
    al perimetro dello stabilimento. Avevamo stabilito in quella sede – ha
    commentato Nicastro – l’installazione di 4 nuove centraline, ma saranno 6, per
    tenere sotto controllo l’aria nelle immediate vicinanze dello stabilimento. Le
    nuove installazioni, a supporto di quelle già presenti, dovranno in particolar
    modo monitorare gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa)
    totali con distinzione del benzo(a)pirene, le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5), il
    benzene, le poveri totali depositabili e le diossine depositate al suolo
    attraverso l’uso di deposimetri. Il tavolo di lavoro tra azienda e Arpa
    concordato all’inizio di agosto e tenutosi oggi si è chiuso con l’impegno
    all’installazione delle centraline da parte dell’azienda”.

    “Ritengo
    questo passaggio una inversione di tendenza rispetto al passato. Credo che non
    ci sia stato, nella storia dei rapporti dell’azienda con le istituzioni locali,
    un momento più favorevole di questo per raggiungere l’obiettivo della reale
    ambientalizzazione dello stabilimento. Adesso – ha quindi auspicato Nicastro –
    attendiamo che gli impegni vengano messi in pratica”.

    Vendola
    convoca Tavolo istituzionale per il 14 settembre a Bari.
    Il
    Presidente della regione Puglia Nichi Vendola, d’intesa con il Ministro per
    l’Ambiente Corrado Clini e il Ministro allo Sviluppo economico, Infrastrutture e
    Trasporti Corrado Passera, ha convocato il Tavolo istituzionale sull’Ilva, con
    Governo, Regione ed Enti Territoriali, per venerdì 14 settembre alle ore 10.30 a
    Bari presso Villa Romanazzi Carducci (Sala Federico II). Al Tavolo istituzionale
    ha assicurato la sua partecipazione l’onorevole Antonio Tajani, Vice Presidente
    della Commissione europea, responsabile per l’industria e l’imprenditoria.
    I
    lavori avranno il seguente calendario:
    – ore 10.30 incontro riservato ai
    rappresentanti istituzionali
    – ore 11.30 incontro con i rappresentanti
    istituzionali e il Presidente dell’Ilva
    – ore 12.00 incontro con i
    rappresentanti istituzionali, sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL nazionali,
    regionali e di comparto, di Confindustria e con il Presidente
    dell’Ilva.

    Al Tavolo istituzionale sono stati invitati i parlamentari
    Raffaele Fitto, Nicola Latorre, Pasquale Nessa, Salvatore Ruggeri e Ludovico
    Vico, il Vice Presidente del Parlamento europeo Gianni Pittella e gli
    europarlamentari Raffaele Baldassarre, Paolo De Castro, Niccolò Rinaldi, Sergio
    Silvestris e Salvatore Tatarella. Inoltre sono stati anche invitati gli
    onorevoli Amalia Sartori, componente dell’Ufficio di Presidenza della
    Commissione europea e presidente della Commissione per l’industria, la ricerca e
    l’energia (ITRE) e Perech Bores, Presidente della Commissione per l’occupazione
    e gli affari sociali.

    http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=113227

    Clini e il sì al petrolio:«Tutto secondo legge»

    Il ministro: «Se ci sarà greggio, bisogna pesare vantaggi e svantaggi e
    decidere insieme a Croazia e Slovenia»

    Il ministro Corrado CliniIl ministro Corrado
    Clini

    «Abbiamo semplicemente applicato la legge vigente. E
    l’ok non è alla coltivazione di idrocarburi in Adriatico ma alle sole
    prospezioni con tecnica air-gun per capire cosa c’è nel sottosuolo: la
    richiesta, con la normativa attuale, non poteva non essere presa in
    considerazione, visto che esclude le aree interdette (fino a 5 miglia dalle
    coste italiane e fino a 12 miglia dal limite esterno delle aree marine protette
    e di tutte le altre zone sottoposte a tutela, ndr). Anche le amministrazioni
    locali devono avere consapevolezza del contesto in cui ci si muove: tutti
    esercitino la loro responsabilità nell’ambito delle leggi, perché non vince chi
    strilla di più». Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini risponde così
    «all’insurrezione di Puglia» successiva alla divulgazione da parte
    dell’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro dell’ok del ministero
    alle prospezioni alle Isole Tremiti. E si meraviglia della meraviglia
    dall’assessore.
    Ministro, l’assessore è rimasto sorpreso del suo ok alle
    prospezioni alle Tremiti alla vigilia di Ferragosto, nel periodo in cui la sua
    presenza in Puglia è stata frequente in relazione alla vicenda Ilva. Insomma, si
    chiedono in Puglia, poteva dirlo prima che scriverlo…

    «Facciamo
    chiarezza sull’argomento, perché il primo a meravigliarsi della meraviglia sono
    io. In primo luogo, il ministero ha applicato semplicemente la legge:
    originariamente i permessi richiesti riguardavano anche aree che in base al
    decreto legislativo 128 del 2010 dovevano essere escluse. Successivamente, nel
    gennaio 2011, la società Petroceltic ha ripresentato al ministero dello Sviluppo
    economico una nuova istanza che esclude le aree interdette: a quel punto la
    richiesta doveva essere presa in considerazione».
    Prendere in
    considerazione non significa dare l’ok.

    «Sicuramente. E infatti l’iter è
    andato avanti. L’11 aprile del 2011 il ministero ha comunicato a tutte le
    amministrazioni interessate l’esistenza della richiesta e che ai sensi delle
    leggi vigenti poteva essere presa in esame. Successivamente, il 10 giugno 2011,
    la commissione di valutazione di impatto ambientale ha comunicato che le
    attività potevano essere ammesse esclusivamente per quanto attiene alla ricerca
    sismica con tecnica air-gun. Che, si badi, non è un ok alla coltivazione di
    idrocarburi».
    Stiamo parlando di una vicenda dello scorso
    anno.

    «Per questo mi meraviglio della meraviglia. In seguito alla
    decisione della commissione, la Regione Molise ha messo nero su bianco di non
    essere d’accordo con la valutazione della commissione. Che ha risposto nel
    novembre 2011 precisando che l’obiezione non era condivisibile perché non
    inerente al merito: si contestava la coltivazione degli idrocarburi ma
    l’autorizzazione riguarda solo le ricerche preliminari. Successivamente l’iter
    si è ripetuto con la Regione Puglia: parere contrario espresso a dicembre 2011,
    risposta negativa della commissione a marzo con le stesse motivazioni date al
    Molise».
    E come si arriva all’ok di Ferragosto?
    «Per me si arriva a
    maggio, non so perché l’assessore parli di Ferragosto: esaminate e respinte le
    obiezioni di Molise e Puglia, infatti, anche il ministero dei Beni culturali il
    2 maggio scorso ha dato parere favorevole, dopo che il ministero dell’Ambiente
    lo aveva fatto nel giugno 2011. E quindi a maggio scorso io e il collega Lorenzo
    Ornaghi abbiamo firmato il parere di compatibilità ambientale che riguarda la
    sola prospezione geofisica con tecnica air-gun al di fuori delle aree di
    divieto. Come vede, non capisco la sorpresa dell’assessore: abbiamo mandato il
    nostro parere, abbiamo risposto formalmente, addirittura a marzo, e la procedura
    è stata gestita in maniera trasparente e pubblica».
    Chiarita la forma,
    torniamo al contenuto: adesso si può procedere?

    «L’autorizzazione finale,
    dopo il nostro parere di compatibilità, è di competenza del ministero dello
    Sviluppo economico».
    A questo punto sembra evidente che si
    procederà.

    «Dobbiamo rispettare la legge: se ci fosse una legge che vieta
    le prospezioni comunque e dovunque, bloccheremmo tutto. Ma non c’è. Io ho molto
    rispetto per le manifestazioni di 10 mila persone, come quella che c’è stata in
    Puglia nel gennaio scorso, ma questo governo rispetta la legge e quella italiana
    in materia è molto cautelativa: il limite di 12 miglia, nel Mediterraneo, c’è
    solo in Italia. Se poi questa legge non va bene, eventualmente si può cambiare.
    Ma non è compito del governo».
    Insomma, tocca al Parlamento. Ma possibile
    che non si possa fare nient’altro che cambiare le leggi per evitare che si
    cerchi il petrolio al largo delle Tremiti, e poi a Monopoli e quindi a
    Otranto?

    «Detto che non si poteva non dare l’ok alle prospezioni, dico
    anche che sull’uso energetico del Mare Adriatico è opportuna una valutazione
    comune, da Trieste a Otranto coinvolgendo anche Slovenia e Croazia. Se esiste
    una qualche potenzialità di valorizzazione energetica, questa deve essere
    oggetto di pianificazione. Perché la valutazione deve essere complessiva e non
    caso per caso. E la Regione Puglia conosce questa mia posizione».
    In che
    senso?

    «Nel senso che quando il presidente del Consiglio regionale
    pugliese mi ha chiesto la disponibilità per una conferenza internazionale delle
    regioni adriatiche, ho risposto — lo scorso 11 luglio — che sono assolutamente
    d’accordo: bisogna capire se ne vale la pena».
    Come lo si
    capisce?

    «Fermo restando che le imprese possono investire i loro soldi
    per esplorare le potenzialità dell’Adriatico, è doveroso che il governo con le
    Regioni interessate e gli altri Paesi adriatici valutino insieme un eventuale
    programma di sfruttamento: se c’è il petrolio, occorre capire se la prospettiva
    dello sfruttamento è di breve durata e se c’è il rischio che i costi superino la
    valorizzazione della risorsa. Bisogna pesare vantaggi e svantaggi e
    decidere».
    A proposito di decisioni, e cambiando argomento, ieri è stato
    il quarto giorno di lavoro a Taranto per la commissione ministeriale che si
    occupa del riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’Ilva. Ci
    può anticipare qualcosa sull’esito dei lavori?

    «Stiamo lavorando e prima
    della fine del lavoro non faremo considerazioni: a metà settembre sarò di nuovo
    a Taranto per incontrare anche le associazioni ambientaliste».
    Sui parchi minerali, però, l’Arpa si è già espressa:
    vorrebbe che fossero coperti. Mentre l’Ilva ha fatto capire che paradossalmente
    sarebbe più facile spostarli che coprirli. Come se ne esce?

    «Ho già
    fatto presente alla Regione che in questa fase in cui l’Arpa è coinvolta nel
    gruppo di lavoro per la nuova Aia, non è il caso che la stessa Arpa assuma
    iniziative individuali: è opportuno che faccia il suo lavoro all’interno della
    procedura. Non si può giocare su due tavoli: dichiarare all’esterno le soluzioni
    migliori e lavorare all’interno su altre. Se l’Arpa fa parte del gruppo di
    lavoro partecipa con gli altri. Se ognuno si mette a parlare della situazione
    che piace di più, abbiamo smesso di lavorare in gruppo».

    Michelangelo Borrillo

    L’ Ilva e la lezione di Mani Pulite

     

    ilva_1

    Taranto, Italia. Nel fumigante teatro dell’ Ilva resta senza risposta la
    domanda di fondo: la città vuole o non vuole avere ancora il maggiore
    stabilimento siderurgico d’ Europa? La procura accusa l’ azienda di alto
    inquinamento. È facile immaginare che, in tribunale, si confronteranno le
    concentrazioni di polveri a Taranto e a Milano, dove auto e riscaldamento
    inquinano altrettanto e non si vive più a lungo. Si evocherà il divieto di
    costruire case a ridosso degli stabilimenti per ribaltare la frittata su chi
    autorizzò i quartieri vicino alla fabbrica. Si dirà delle corruzioni, dei
    ritardi voluti, di Riva che investe in perdita nell’ Alitalia per risparmiare di
    più a Taranto. Ma alla fine? I Riva sono imprenditori-padroni d’ altri tempi.
    Bastone e carota. Religione del profitto. È vero, ai Riva costò poco l’ Ilva,
    messa in vendita dall’ Iri: 851 milioni di euro. In tre anni se la ripagarono
    con gli utili. Ma nell’ aprile 1995 nessuno offrì di più. Nemmeno Luigi
    Lucchini. E però questi scorbutici milanesi, allergici alla Borsa, lasciano in
    azienda tutti gli utili: 4 miliardi in 18 anni. Quanti altri lo fanno, tra i
    big? I Riva avrebbero dovuto fare di più contro l’ inquinamento. Loro stessi ne
    sono consapevoli se hanno accantonato un fondo specifico di 350 milioni di euro.
    Ma questi bilanci dicono anche quanto siano legati all’ acciaio il vecchio
    Emilio Riva, i figli e il nipote, Emilio pure lui, che vive a Taranto e non in
    Costa Azzurra. Forse anche per questo l’ azienda ha evitato il braccio di forza
    della chiusura dello stabilimento scatenando ben oltre quanto si è visto la
    rabbia dei lavoratori contro la Procura. Dare la presidenza a un ex prefetto
    come Bruno Ferrante, già candidato sindaco del centro-sinistra a Milano, è stato
    un autocommissariamento da parte di un padrone che, fra l’ altro, rosso non è.
    Tutti i reati vanno accertati e perseguiti, senza sconti. Ma smantellare l’
    acciaieria non è materia da tribunali. L’ ordinanza, va detto, non arriva a
    tanto. E tuttavia tenere in sospeso troppo a lungo un’ acciaieria a ciclo
    continuo può procurare gravi danni. I clienti non aspettano. Il capitale
    accumulato si brucia. Sarebbe un modo surrettizio per arrivare a quel risultato.
    Durante Mani Pulite, la procura di Milano inquisì Publitalia. Temendo che
    potesse commissariare la sua concessionaria di pubblicità, Silvio Berlusconi
    convinse Marcello Dell’ Utri a lasciare la presidenza a un garante, il professor
    Roberto Poli. Il pool di Antonio Di Pietro non si spinse oltre con l’ azienda.
    Ferrante è sempre custode giudiziale dell’ Ilva o non lo è? Se si ritiene che
    non dia garanzie, ancorché abbia subito licenziato un dirigente accusato di
    corruzione, la magistratura dica perché e decida un’ alternativa. Il ministero
    dell’ Ambiente sta preparando una nuova autorizzazione integrata ambientale
    sulla base delle più recenti indicazioni europee. La procura potrà associare al
    management un comitato di esperti che controlli la puntuale esecuzione dei
    rimedi. Se invece il problema è l’ acciaieria in sé, allora bisogna dirlo
    apertamente e restituire alla città il diritto di esprimersi, consapevoli tutti
    che la Cassa del Mezzogiorno è finita.

    di Massimo Mucchetti de Il Corriere della Sera
    http://www.mondoliberonline.it/l-ilva-e-la-lezione-di-mani-pulite/25699/

    IL CASO ILVA

    Politici e imprenditori, altri 9 indagati Stefàno: blocco le nomine agli
    assessori

    Sospetti su alcuni casi riguardanti concessioni pubbliche
    I nomi
    dell’inchiesta non sono stati ancora resi noti

    Ezio Stefàno, sindaco al secondo mandatoEzio Stefàno, sindaco al
    secondo mandato

    TARANTO – La pietra nello stagno l’ha
    buttata Michele Pelillo, tre giorni fa, quando nella sede del suo partito, il
    Pd, ha parlato di questione morale intorno all’Ilva e alla presunta
    «accondiscendenza della classe dirigente tarantina» nei confronti della grande
    industria. Il segnale lanciato dall’assessore regionale al Bilancio lo coglie
    ora il sindaco della città di Taranto, Ippazio Stefàno, che alle prese con le
    nuove nomine di giunta si dice preoccupato per un ipotetico coinvolgimento di un
    futuro assessore. «Non vorrei indagati nella mia giunta, ma non posso aspettare
    oltre il 15 settembre per completarla; così come anche la magistratura non potrà
    ovviamente adeguarsi ai nostri tempi. Il mio auspicio – prosegue il primo
    cittadino – è quello che sia fugato ogni dubbio sugli eventuali indagati in modo
    che anche io mi potrò adeguare. Vorrà dire – conclude – che quando darò la
    nomina sarò chiaro con loro avvisandoli che anche il solo avviso di garanzia
    comporterebbe l’immediata revoca della delega».

    GLI ACCERTAMENTI – Sui nomi dei
    probabili indagati eccellenti (esisterebbero intercettazioni imbarazzanti che li
    coinvolgerebbero in affari poco puliti) l’intera comunità, non solo politica,
    comincia ad interrogarsi non senza preoccupazione. L’inchiesta è quella condotta
    dalla Guardia di Finanza di Taranto. Un’indagine partita tempo fa che voleva
    fare luce su concessioni pubbliche con molte ombre conclusa solo poche settimane
    fa con la consegna della corposa informativa delle fiamme gialle finita sul
    tavolo del pubblico ministero Remo Epifani il quale avrebbe già formulato le
    richieste all’ufficio del gip. Niente nomi, si diceva, mentre fanno già molto
    rumore i ruoli delle persone coinvolte. Si parla di politici tarantini con
    incarichi di rilievo nella cosa pubblica, di dipendenti di enti pubblici e
    imprenditori, nove in tutto.

    LE ACCUSE – I reati contestati girano
    attorno alla corruzione e concussione. L’ambito, invece, sarebbe quello della
    gestione dei rifiuti e delle fonti alternative di energia. Quest’ultima
    inchiesta intitolata environmental sold (ambiente venduto), che sfiora soltanto
    gli ambiti dell’Ilva, ma non li escluderebbe del tutto, è stata quella dalla
    quale sono poi emersi gli elementi che hanno portato gli investigatori della
    Finanza a trattare l’argomento della corruzione negli affari del Siderurgico e
    delle perizie commissionate dalla Procura impegnata, con altri pubblici
    ministeri, nell’altra grossa inchiesta sul disastro ambientale conclusa con gli
    otto arresti dei vertici Ilva e il sequestro preventivo di sei impianti del
    siderurgico ritenuti altamente inquinanti.

    I TRE FILONI – Sono quindi tre i
    filoni che orbitano attorno all’Ilva per un coinvolgimento totale di almeno una
    ventina di indagati. L’inchiesta sulla presunta corruzione dell’ingegnere
    Lorenzo Liberti, accusato di avere intascato una mazzetta di 10mila euro
    dall’Ilva per ammorbidire una perizia sull’inquinamento commissionatagli dalla
    Procura, è ora confluita nel fascicolo sul disastro ambientale condotta dal
    procuratore capo Franco Sebastio, dal suo aggiunto Pietro Argentino e dal
    sostituto Mariano Buccoliero. Ancora oscure, invece, le vicende narrate nella
    lunga informativa delle fiamme gialle ricca di intercettazioni ambientali e
    telefoniche che non hanno risparmiato le stanze di comando della politica
    tarantina. I cui palazzi cominciano a tremare. «Non mi riferisco a ciò che è
    penalmente perseguibile», ha spiegato sempre Michele Pelillo in quella
    conferenza stampa alla quale, con toni non proprio placidi, ha risposto anche il
    presidente della Provincia, Gianni Florido. Che ha ribattuto. «La Regione – ha
    detto – non è stata da un’altra parte. Non mi sento chiamato in causa anche
    perchè, dal 2005 al 2012, ci sono stati atti condivisi e decisi all’unanimità da
    Provincia di Taranto, Comune di Taranto e Regione Puglia».

    Nazareno Dino  31 agosto 2012



    Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà

    Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà
    Non c’è speranza per gli 85 lavoratori della Italcementi_ il complesso industriale chiuderà. E’ stato detto come più chiaro non si puo’ nel corso di un incontro che ha visto allo stesso tavolo azienda ed istituzioni. E’ inutile disperarsi o protestare, è stato sottolineato_ bisogna tirar fuori l’ingegno. Sarà la prefettura adesso a coordinare il futuro dei lavoratori. Per loro due anni di cassa integrazione. E poi, a Dio piacendo, il reimpiego in attività di tipo turistico-imprenditoriale.